|
Da
Famiglia Cristiana On Line dell'11-2-2001.
La
difesa del Consumatore UN AFFARE.
Il ministero dell’Industria riconosce 13 sigle,
ma ce ne sono altre: in totale un milione di
iscritti. Un miliardo i finanziamenti del Governo,
oltre a quelli europei. Ma i soldi arrivano anche da
fonti diverse. E sono un problema: perché mancano, o
perché ce ne sono troppi.
C' è chi
ha militato nelle file di Autonomia operaia e
Soccorso rosso. Chi aveva creato un sodalizio
gastronomico tra amici per difendere le trattorie
romane. E poi ci sono sindacalisti, avvocati,
editori... Insomma, di tutto un po’.
La galassia
delle associazioni a difesa dei consumatori
assomiglia a una specie di parlamento, dove tutte le
posizioni politiche ed economiche sono
rappresentate.
Ma il "partito" dei consumatori è riuscito a mettere
in difficoltà il governatore della Banca d’Italia,
Antonio Fazio, e il 9 febbraio manifesta a Roma
contro le banche e i mutui usurari. Una decisione
scaturita dal Consiglio nazionale dei consumatori,
di cui fanno parte 13 associazioni, che hanno
ottenuto il riconoscimento del ministero
dell’Industria; ne esistono però almeno altre cinque
o sei che si presentano come tutori del consumatore.
Per esempio, l’Adusbef, specializzata nella difesa
degli utenti di banche e assicurazioni, è uscita dal
Consiglio nazionale nel giugno 2000. «Siamo usciti
perché abbiamo denunciato la complicità di Isvap e
ministero dell’Industria con le compagnie di
assicurazione, che hanno potuto aumentare le tariffe
anche del 100 per cento», precisa Elio Lannutti,
presidente dell’Adusbef, che con Antonio Di Pietro
ha fondato l’Osservatorio per la legalità. E il
senatore ex Mani pulite oggi si accredita come il
leader del "partito dei consumatori". Per la verità,
non è il solo ad aver capito che occuparsi di mutui,
assicurazioni, ritardi degli aerei e aumenti delle
tariffe può essere un affare, non solo politico. Ma
chi sono e quali reali poteri hanno le associazioni
ospitate dal ministero dell’Industria?
Dal 1998 esiste una legge che assegna compiti e
poteri, e definisce i criteri minimi per essere
ammessi nel Consiglio nazionale dei consumatori, il
"club" presieduto da Anna Bartolini, leader storico
del Comitato difesa consumatori-Altroconsumo. Tra
questi criteri ci sono il numero degli iscritti e la
presenza in almeno cinque regioni. Con l’eccezione
del Centro tutela consumatori di Bolzano, ogni
associazione deve certificare come minimo 30 mila
iscritti, che possono versare anche quote
simboliche, perché la legge non dice di più. Un po’
di conti, e si scopre che gli iscritti sono 800
mila. Sommati a quelli che non hanno il "patentino",
arriviamo a un milione.
La legge non dice nulla sugli standard
professionali delle associazioni.
Basta esistere da
tre anni. In compenso è possibile attingere al
finanziamento previsto per l’editoria promossa dalle
associazioni, in tutto un miliardo, di cui
800 milioni
finiscono ad
Altroconsumo,
mentre il resto viene suddiviso a sostegno degli
opuscoli dei rimanenti organismi. Tra i poteri
assegnati dalla legge, c’è la possibilità di far
causa per difendere interessi collettivi dei
clienti. Possono impugnare le clausole vessatorie
presenti nei contratti di compravendita ed esprimono
pareri su proposte di legge che riguardano i diritti
dei consumatori. Numerose sono le battaglie già
vinte.
È merito del movimento dei consumatori degli anni
’60 se oggi non esiste più il rischio di ritrovarsi
in tavola olio d’oliva ricavato dal grasso di asino,
o le etichette degli alimenti riportano le scadenze.
Per non parlare della battaglia per la trasparenza
bancaria, che è approdata in una legge del 1992. Le
associazioni non sono, invece, mai riuscite a
ottenere una semplificazione delle bollette o
l’abolizione del canone Tv. Come non riescono a
incidere più di tanto sul problema dei cibi
geneticamente modificati.
Eppure, sono popolari. I loro leader sono contesi
dalle trasmissioni televisive e i loro siti sono
visitati da milioni di utenti. Ma se qualcuno li
chiama al telefono, rischia anche di rimanere deluso
(come documentiamo nell’articolo che segue). In caso
di controversia con un’azienda, per la stesura di
una lettera il consumatore deve iscriversi (di
solito paga 50.000 lire). Ma se le cose si
complicano, e serve far causa, occorre pagare
l’avvocato. Se invece la battaglia riguarda milioni
di persone, come nel caso dei mutui, allora la
faccenda diventa politica e si muove l’associazione
in prima persona.
Difficile stilare una pagella sulla base della
preparazione e dell’affidabilità. Legalmente sono
associazioni senza scopo di lucro, ma
alcune possono
vantare nutriti conti in banca.
Tre
sono i modelli di riferimento: il modello azienda,
quello che punta sulla concertazione e quello che,
invece, cerca la denuncia a ogni costo.
Il modello
azienda, per esempio, è tipico del Comitato difesa
consumatori che fa capo alla rivista Altroconsumo.

(1) Situazione aggiornata al 31 dicembre 1999.
(2) Deroga al numero degli iscritti prevista
dall’art. 5 comma 5 della legge n. 281
del 30 luglio 1998.
(3) Iscritta con riserva a seguito dell’ordinanza
del TAR Lazio;
si è in attesa del giudizio di merito.
(4) Non iscritta al Consiglio nazionale consumatori.
«Ci siamo ispirati alle
associazioni del Nord», dice il presidente,
l’avvocato Paolo Martinello. «Abbiamo oltre 300 mila
abbonati e 100 dipendenti. Possiamo offrire 150 mila
consulenze all’anno grazie a 50 avvocati che
lavorano per noi». Chi paga tutto questo? «Gli
iscritti che sono anche abbonati. Ciascuno versa
circa 120.000 lire l’anno. Abbiamo un’entrata di 40
miliardi. Perché il servizio è serio, costa e deve
essere pagato», spiega Martinello. Una filosofia
simile a quella del Codacons, ma con alcune
differenze.
Il
Codacons
è l’erede di Soccorso rosso e dell’Associazione
utenti telefonici, molto attiva contro l’allora Sip.
Un tempo i leader erano Carlo Rienzi e Vito Nicola
De Russis. «Il Codacons nasce nel 1986 come
fustigatore di chi fa le leggi e non le fa
rispettare», dice De Russis, fuoriuscito nel 1992
perché in rotta di collisione con l’attuale
presidente, l’avvocato Rienzi. «Oggi invece il
Codacons è tutt’altra cosa: è un insieme di studi
legali, che fanno denunce, ricorsi, esposti.
L’azienda
messa alla berlina dall’associazione cerca un
"contatto"», spiega De Russis; «alla fine si arriva
a una transazione, a volte miliardaria...».
Nel 1993 era toccato alla Sip chiudere un
contenzioso sulle bollette, con un arbitrato costato
4 miliardi e mezzo. «Si fece un’assemblea pubblica
con tutti gli iscritti e si decise di costituire un
fondo con quei soldi, ma anche la Federconsumatori
(legata alla Cgil, ndr) ha preso tre
miliardi», spiega oggi Carlo Rienzi. «Le battaglie
costano e servono tanti soldi, finora abbiamo tirato
avanti con gli interessi».
Il Codacons ha tre dipendenti e quattro borsisti. E
la rete di studi legali? «Tutti i 300 legali sono
volontari e non prendono una lira, io faccio
l’avvocato ma tutti possono vedere che non mi sono
arricchito. La verità invece è un’altra». Quale?
«C’è un dirigente che era nel Codacons che va in
giro a dire cose strane. Non dice però che si è
accreditato di 270 milioni...».
La Federconsumatori, da parte sua, precisa che i
miliardi erano due, non tre, e che sono stati
consegnati a una fondazione che fa capo all’Istituto
consumeristico unitario di Venezia. «Sia chiaro»,
dice Rosario Trifiletti, presidente di
Federconsumatori, «che l’associazione non ha preso
una lira, mentre dovremmo parlare delle tante
campagne a favore delle famiglie».
Tuttavia, per alcune associazioni il problema delle
risorse economiche esiste. L’Adiconsum, sorta
nell’ambito della Cisl, ha un bilancio di un
miliardo e 400 milioni, tre dipendenti, due
distaccati Cisl e 35 volontari. «Solo 200 milioni
arrivano dai 50.000 iscritti», precisa il presidente
Paolo Landi, ex sindacalista e allievo di don Milani.
«Il grosso dei finanziamenti arriva dall’Unione
europea per i progetti di informazione ai
consumatori. Ma è importante che ci siano alcuni
aiuti istituzionali, è questione di autonomia: ci
sono troppe commistioni».
A sentire i leader delle associazioni, l’unità
espressa sul problema dei mutui sembra un miracolo.
Perché le accuse e le critiche reciproche sono
diffuse come in un condominio. «Per la prima volta
siamo in grado di contrastare i poteri forti», dice
Vincenzo Dona, 71 anni, fondatore dell’Unione
nazionale consumatori nel 1955 e attuale presidente.
«Aprire la porta ai dissensi è dannoso, stanno
succedendo delle cose importanti e siamo a una
svolta». Dona ne ha viste tante nella sua lunga
militanza. «Certo, non esiste più la situazione
arretrata dei primi anni ’50, quando una famiglia
media spendeva fino all’80 per cento del suo reddito
per nutrirsi. Ma oggi è tutto più complicato. Le
nuove frontiere sono la giustizia alternativa,
l’informazione, il commercio elettronico».
Certo, i mezzi economici sono indispensabili, ma
senza esagerare.
Giuseppe Altamore |
leggere
cosa pensano "gli altri". |