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  giannotta  
  Nel 1998

Disregolatori

 

PRESENTAZIONE

 

Definizione 

Verosimilmente, nessun altro argomento scientifico necessita di essere così dettagliatamente descritto e collocato in una precisa dimensione spazio-temporale, come lo è questo. La difficoltà nel portare in porto quest’idea è duplice: da un lato l’argomento è ancora poco conosciuto, ed è imperiosa la necessità di esporlo con la dovuta semplicità e chiarezza; e dall’altro, l’imponenza e l’entità dell’impatto sulla salute di tutti gli esseri viventi non consentono altre dilazioni temporali.   

 Cos’è un disregolatore endocrino ambientale (EED)?

 Gli anglosassoni definiscono questi agenti col termine di Environmental Endocrine Disruptors e nel testo useremo la sigla EED per indicarli brevemente. Un EED è una sostanza chimica capace d’interferire con le normali funzioni ormonali svolte da estrogeni, androgeni ed ormoni tiroidei. Tali sostanze possono mimare gli effetti prodotti dagli ormoni naturali, inibire l’azione ormonale, alterare la normale funzione regolatoria del sistema immunitario, nervoso ed endocrino.

In altre parole, si tratta di sostanze chimiche esogene capaci d’interferire con la sintesi, secrezione, trasporto, legame, azione ed eliminazione di un ormone naturale che nel nostro organismo concorre al mantenimento dell’omeostasi, dell’attività riproduttiva, dello sviluppo e del comportamento. 

Ampiezza della problematica

 Non c’è essere vivente che non sia stato interessato dalla massiccia dismissione ambientale di sostanze derivate dalla chimica industriale. Dagli esseri umani fino ai molluschi si evidenziano tracce sempre più incisive e profonde di questa massiccia contaminazione chimica.

Qualsiasi elenco, stilato in qualunque momento, sarà sempre deficitario poiché si tratta, verosimilmente, di migliaia di molecole che progressivamente dovranno entrare in queste liste. Attualmente, esistono oltre 1000 diverse molecole con tale proprietà e nulla vieta l’ingresso in questa speciale classifica di nuove sostanze di produzione industriale. Relativamente alla specie umana, gli effetti prodotti dagli EED spaziano dalle anomalie della riproduzione, della crescita e dello sviluppo; al cancro ed ai disordini del sistema immunitario che si realizzano anche per livelli di bassa esposizione ambientale.

L’età pediatrica è più vulnerabile di quell’adulta ed i bambini possono sperimentare, sulla propria pelle, gli aspetti più deleteri di un “danno trans-generazionale” che ha conosciuto i relativi albori nel corso della relativa gravidanza.

 Le prime direttive di lettura

 Poiché gli EED sono sostanze chimiche prodotte dall’industria della chimica, è necessario capire come dal sito di produzione (industria), che si può trovare anche a migliaia di chilometri dalla nostra abitazione, si possa arrivare velocemente all’interno del grembo materno che alberga il prodotto del nostro concepimento. Vi dico subito che l’industria della chimica utilizza volontariamente la strada più breve e semplice, per smaltire il carico tossicologico che tutti i giorni produce. Il miglior sito d’allocazione è rappresentato dal tessuto grasso di tutti gli esseri viventi, incluso l’uomo. Questo è il miglior sito di stoccaggio poiché da questa sede difficilmente si potrà realizzare una piccolissima perdita. Le sole due condizioni che la consentono (gravidanza ed allattamento) sono supportate da due efficacissimi tamponi pronti ad assorbire ciò che può essere trasferito. Questi due efficienti tamponi sono il feto ed il lattante.

Fatta la presentazione, vi resta solo la curiosità della conoscenza e della verifica. Per adesso vi chiedo solo un minimo d’applicazione.

ECOLOGIA

 Vi giuro che ho impiegato molto più tempo per semplificare alcuni concetti che per apprenderli. Adesso ve li porgo con estrema semplicità e voi li farete vostri con altrettanta facilità. Poiché non possiamo più farci trovare impreparati, altrimenti diventeremmo facili vittime sacrificali, cominciamo a piccoli passi a percorrere la strada che percorrono i contaminanti chimici prodotti dalla relativa industria. Lo scopo specifico è quello d’inseguire, come a guardie e ladri, quelle sostanze chimiche ambientali che agiscono sul sistema endocrino del soggetto adulto e del bambino. Stiamo puntando l’indice su determinati prodotti chimici che non sono naturali.

La contaminazione che deriva dalla dismissione ambientale non cessa d’esistere ma continua ad operare nell’articolazione delle catene alimentari. L’uomo si pone ai vertici delle catene alimentari: è un elemento onnivoro, trae nutrimento dal regno vegetale ed animale, dalla catena alimentare terrestre e da quella marina. Domina le catene alimentari dalle quali trae nutrimento e contaminanti che possono, anche, datare nel tempo. Purtroppo, l’uomo moderno non ha coscienza del proprio operato e spesso si comporta come se fosse “il solo ed unico abitante della Terra”. Egli non è consapevole d’essere parte integrante di un complesso sistema. Anche se presenta tutti i peggiori difetti, l’uomo e l’ambiente in cui vive s’integrano e costituiscono un’”unità bio-ambientale”. L’unità bio-ambientale (ecoide) descrive e rappresenta i rapporti ambientali più elementari. Allargando leggermente l’orizzonte e la prospettiva ci si può accorgere che attorno alla nostra semplice “unità bio-ambientale”, la componente biotica (esseri viventi animali e vegetali) si organizza in strutture di complessità crescente nel contesto della componente abiotica. Così, gli ecoidi animali si organizzano in comunità e popolazioni; gli ecoidi vegetali si possono organizzare in colonie o gruppi e popolamenti; assieme vanno a costituire una biocenosi.

Siamo già arrivati ad un’organizzazione d’esseri viventi che si trovano ad interagire, vivere e morire in una piccola area geografica. Tale struttura, che adesso si colloca in un ambiente abiotico discretamente definito (territorio), è descritta col termine d’ecosistema (1).

Un ecosistema è un’organizzazione ecologica, sorretta da complessi meccanismi che rappresentano una serie infinita d’ingranaggi interdipendenti la cui possibilità di moto dipende da una medesima fonte energetica. In altre parole, l’ecosistema è un’unità funzionale, un complesso bio-ambientale risultante dall’integrazione di una collettività di specie differenti con lo spazio ambientale nel quale si trovano a vivere. Faccio sempre riferimento agli ecosistemi naturali che, pur non essendo esenti dagli interventi od effetti antropici, conservano un minimo di funzionalità ed autosufficienza.

L’ecosistema deve esprimere autonomia funzionale, equilibrio dinamico al suo interno e deve essere circoscritto rispetto ai complessi contigui. L’autonomia funzionale è sorretta dalle tre categorie della componente biologica che si ripartiscono tra produttori, consumatori e decompositori. La funzionalità di un ecosistema dipende dall’insieme delle relazioni trofico-energetiche che legano i viventi della biocenosi (regno animale e vegetale).

Un ecosistema autosufficiente, e poco alterato dalle attività antropiche, è capace di presiedere ad un flusso energetico ed ad un ciclo della materia evitando grossolane anomalie e deviazioni patologiche. Comunque, ogni ecoide concorre ad edificare la struttura dell’ordine naturale svolgendo la funzione cibernetica, della trasmissione delle informazioni, e quella termodinamica della trasformazione e degradazione della componente energetica.

In sintesi, il regno animale, quello vegetale ed il mondo inanimato interagiscono naturalmente anche quando non abbiamo coscienza di ciò.

Per il momento è importante capire che l’autonomia funzionale dell’ecosistema si articola su quelle tre categorie e che la possibilità d’esser vitali dipende dalle attività differenziate delle stesse tre categorie. Così, una si dedica a produrre, l’altra a consumare e la terza a riciclare. I produttori primari sono rappresentati quasi esclusivamente dai vegetali. Essi assumono dall’ambiente delle sostanze minerali semplici e le trasformano in molecole organiche con il processo della fotosintesi e della sintesi chimica.             L’industria naturale della produzione deve avere il suo supporto energetico. Tutta l’energia necessaria per mantenere la vita sulla Terra deriva dalla radiazione solare. Diventa evidente che l’energia fornita al produttore naturale è gratuita e basta per tutte le attività possibili. La meravigliosa capacità della fotosintesi (si svolge all’interno delle piante) consente a questi produttori la conversione dell’energia solare (energia fisica) in energia chimica rintracciabile nella materia neo-prodotta. Adesso che abbiamo prodotto l’energia necessaria per far girare i “motori biologici”, possiamo renderla disponibile ai consumatori.

Ricapitolando, all’ecosistema è arrivata l’energia fisica necessaria per la produzione della materia e del carburante chimico che serviranno ad alimentare i “trasformatori dell’energia e della materia”. Questo è quello che serve agli animali ed essi acquisiscono energia e materia, poiché si alimentano di sostanze vegetali e/o animali, già divenute “organiche” ed organizzate, digerite in un apparato digerente posto all’interno del proprio corpo.

Poiché le popolazioni di esseri viventi hanno esigenze trofico-energetiche che devono essere soddisfatte all’interno dell’ecosistema al quale appartengono; la competizione per le risorse alimentari può divenire serrata. Esiste una vera competizione per le risorse alimentari tra uomo ed insetti la cui massima espressione si realizza sull’ecosistema agricolo. Le colture servono all’uomo ed agli insetti: gli insetti erbivori si ciberebbero volentieri d’altri vegetali, ma l’uomo coi diserbanti li ha fatti sparire, e devono necessariamente aggredire la monocoltura che insiste in quel determinato territorio. L’uomo reagisce pesantemente aggredendoli con una serie impressionante di pesticidi che uccidono una serie d’insetti ed una serie più grande dei loro predatori poiché il pesticida è meno selettivo di quello che si dica, e nulla esclude che il predatore si cibi d’insetti morti, d’insetti resistenti ai pesticidi e di quelli ancora vitali colpiti dai pesticidi. La preda, che suo malgrado, si “offre nella sua interezza” al predatore, apporta energia, nutrienti ed il “carico tossicologico” che ha in dote. Nel momento in cui l’uso dei pesticidi compromette la vitalità di una popolazione di predatori, che sono un anello della catena alimentare, gli insetti a valle aumenteranno di numero e i predatori del predatore degli insetti (anello successivo) non troveranno cibo sufficiente, e dovranno contrarre il numero degli effettivi. Alla contrazione della biomassa, appartenente all’anello inferiore della catena, corrisponderà la contrazione della biomassa dell’anello superiore e così via fino al vertice della catena. L’uso attuale dei pesticidi ha ampliato le popolazioni degli insetti più aggressivi e decimato il numero dei predatori naturali degli insetti erbivori. Ha creato popolazioni d’insetti resistenti ai pesticidi che possono ingerirli senza morire e li possono accumulare nei tessuti lipidici per trasferirli ai predatori. Poiché nella catena alimentare vige la regola che ogni componente è a sua volta predatore e preda; il carico di pesticidi viene trasferito tappa dopo tappa fino a raggiungere l’uomo. Questo perchè un predatore, di norma, preda gli elementi che stanno nell’anello immediatamente inferiore al suo, e diventa risorsa trofico-energetica e tossicologica (preda) per gli esponenti dell’anello superiore della propria catena alimentare. Pur con le dovute eccezioni, questa è una regola che da contezza dei rapporti esistente tra i vari componenti delle reti trofiche degli ecosistemi a tutti i livelli ambientali.

La terza categoria contempla i decompositori che sono consumatori particolari capaci di trasformare le spoglie degli animali e delle piante morte, restituendo i principi chimici inorganici al terreno od all’acqua chiudendo il ciclo biologico delle sostanze nutritive. In questa categoria rientrano importantissimi batteri capaci di determinare la “mineralizzazione” della sostanza organica soprattutto a livello del suolo. Spogli mortali e rifiuti degli organismi viventi vengono trasformate fino a liberare e restituire al suolo la componente inorganica precedentemente assunta dalla piante. Si chiude cosi il ciclo bio-geochimico delle sostanze nutritive che altrimenti verrebbero perse senza la brillante e fondamentale azione dei decompositori (bioriduttori).

La loro essenziale funzione consente di restituire al suolo ed al mondo inorganico quegli elementi chimici che erano stati prelevati dagli autotrofi e sequestrati nella biomassa dei consumatori.

 

Catene e reti trofiche.

 

Tutti gli organismi viventi che attingono alla stessa fonte alimentare e che forniscono alimento alla stessa categoria di predatori appartengono allo stesso livello trofico. Così, i produttori primari convertono l’energia solare ed appartengono al primo livello trofico (vegetali autotrofi) che ha il compito di fornire energia da convertire e materia da trasformare. Al secondo livello appartengono i fitofagi (si nutrono di vegetali) ed al terzo i carnivori primari.

Ogni livello trofico è alimentato dalla biomassa appartenente al livello inferiore, ed a sua volta diventa alimento per il livello successivo. È così chiaro che nel contesto di una data catena alimentare un individuo è contemporaneamente predatore e preda potenziale. Esclusion fatta per i dominatori delle catene alimentari (i vertici che non conoscono predatori), tutti i componenti devono misurarsi con questa dura realtà. Tuttavia, il fiero leone, la maestosa aquila ed il feroce squalo alla fine del loro ciclo vitale dovranno rendere la loro biomassa alle catene dei decompositori. La chiusura del ciclo della materia si completa e ricomincia allorquando le piante usufruiranno di parte di questa biomassa animale in decomposizione.

Poiché è difficile che tutti gli ecoidi siano stretti specialisti alimentari; spesso la dieta è varia ed i predatori sono diversi. A questo consegue un variabile intreccio degli anelli di diverse catene alimentari che sfocia in un diversificato e meno rigido ciclo della materia ed un mal definibile flusso energetico. Ne deriva una complessa unità strutturale e funzionale definita come rete trofica. I guasti ambientali prodotti frequentemente dall’uomo possono aver frammentato quest’unità e prodotto diverse reti alimentari nell’ambito del medesimo ecosistema. Tuttavia, l’ecosistema continua a funzionare seppur in modo meno redditizio.

Comunque siano intrecciate le catene alimentari, la sopravvivenza di una data biomassa di un dato livello alimentare richiede dal livello trofico precedente biomasse superiore alle proprie o biomasse inferiori ma con livelli di produttivà più elevati nell’unità di tempo. Per rispettare la regola delle “piramidi ecologiche” è necessario che la massa dei produttori primari superi quella degli erbivori o fitofagi, e che gli effettivi di quest’ultimi superino la biomassa superiore da nutrire rappresentata dai carnivori primari (quelli che si cibano essenzialmente degli erbivori). Il concetto di piramide consente di percepire immediatamente che esiste un’evidente riduzione delle biomasse passando dai produttori primari ai consumatori apicali. Poiché le relazioni trofico-energetiche procedono nella medesima direzione, è ovvio che ai vari anelli della catena, laddove si realizzano le trasformazioni chimiche ed i consumi energetici, si concretizzano perdite che ridurranno progressivamente l’entità delle relative risorse sfruttabili.

Da ciò deriva che non tutta l’energia e la materia proveniente da un dato livello trofico può essere sfruttata compiutamente dal livello successivo. Inoltre, quanto più ci si avvicina al vertice della piramide alimentare, tanto minore sarà la quantità d’energia residua realmente utilizzabile.

Ritornando alla nostra materia oggetto di discussione, non possiamo che trarre alcune doverose considerazioni così riassumibili:

 

1.      Poiché l’ecosistema si è organizzato come prima riferito, in reti trofiche e catene alimentari, è evidente che l’animale che fornisce il cibo al suo predatore offrendo, suo malgrado, “tutto se stesso”, gli apporta tutti i tossici che ha accumulato nel corso della sua vita.

2.      Il trasferimento di nutrienti ed energia, nelle catene e reti trofiche, comporta l’inevitabile transito, nella medesima direzione, dei tossici ingeriti ed accumulati nel tempo fino ad apportarli in consistente copia al vertice delle catene alimentari dove governano i dominatori della catena, ivi incluso, il povero uomo.

3.      Se un elemento della rete o della catena è danneggiato, tutta la catena ne risente fino a subire danni severi che inevitabilmente compromettono le funzioni articolate ed integrate. In questo caso, un tossico che va a colpire uno o più anelli determinerà danni severi in termini di funzionalità e sopravvivenza, poiché ad anelli deboli corrispondono catene deboli e vulnerabili.

 

Volendo sintetizzare al massimo, vi posso assicurare che le molecole tossiche, spesso “non biodegradabili”, una volta che trovano ingresso nelle reti trofiche, sono in grado di percorrerle fino alla fine incrementando, quasi invariabilmente, la loro concentrazione di partenza.

 

Se questo è lo scenario che si presenta in caso di contaminazione chimica ambientale degli ecosistemi naturali o poco alterati dalle attività antropiche; le cose peggiorano se a contaminare sono gli “ecosistemi artificiali” il cui prototipo è rappresentato dall’ecosistema agricolo industriale. 

 

Sistemi agricoli industrializzati.

 I moderni ed industrializzati sistemi agricoli, od ad elevata specializzazione colturale e tecnologica, sono sistemi estremamente semplificati dalla mano dell’uomo. Nel biospazio viene insediata forzatamente una monocoltura che dovrà fornire direttamente cibo all’uomo e/o agli animali eventualmente allevati e foraggiati. L’alta specializzazione e l’estrema semplificazione del sistema rendono estremamente vulnerabile la coltura che può soccombere sotto l’attacco di un banale insetto, che se non controllato tempestivamente, potrà condurre in tempi brevissimi alla perdita della biomassa vegetale coltivata (2).

Trattandosi di una monocoltura, è evidente che dovranno essere strettamente controllate le altre specie vegetali che possono entrare in competizione per l’energia solare e per la materia nutritiva. Diventa così inevitabile utilizzare vari diserbanti ed insetticidi, conseguendo sempre risultati, più o meno soddisfacenti, ad un elevatissimo prezzo ambientale.

Nel contesto dell’ecosistema agricolo ogni unità colturale (monocoltura) possiede un’unica catena alimentare isolata da quella appartenente alla coltura adiacente. Inoltre, esiste un consumatore apicale (l’uomo) che spesso si trova negli agglomerati urbani siti a notevole distanza dal luogo di produzione primaria.

Ne consegue che la monocoltura dovrà comunque e sempre essere aggredita dai fitofagi (non esistendo altri vegetali da consumare poiché eliminati dai diserbanti) per il controllo dei quali si dovranno impiegare ingenti risorse energetiche e presidi derivanti dall’industria della chimica. I danni suddetti sono integrati dagli effetti deleteri determinati dall’allontanamento della biomassa prodotta con la coltivazione dalla sede di primaria produzione. L’allontanamento della biomassa impoverisce drammaticamente l’ecosistema agricolo che per sopravvivere dovrà essere implementato ininterrottamente con energia e fertilizzanti. Questo è soprattutto vero alla luce dell’ineluttabile certezza che identifica in ogni essere vivente un accumulo di sostanza organica nel contesto della sua biomassa.

In questi sistemi il flusso energetico ed il ciclo della materia sono dominati dall’azione antropica sotto la spinta delle istanze economiche.

 

È questo l’ecosistema che produce il maggior carico di disregolatori endocrini ambientali, capaci di raggiungere il nostro organismo essenzialmente attraverso la dieta di tutti i giorni.

 Ecosistema acquatico marino

 Tra i produttori primari della rete trofica marina vanno ricordate le alghe unicellulari del phythoplankton che sono capaci di elongare e desaturare l’acido alfa-linolenico (18:3 n-3) fino a produrre EPA (acido eicosapentaenoico o 20:5 n-3) e DHA (22:6 n-3) che sono acidi grassi polinsaturi a lunga catena molto importanti per la fisiologia cellulare dell’uomo e degli animali.  

Dalle alghe inizia il trasferimento ai pesci erbivori, e da questi ai predatori superiori fino ad arrivare alla mensa dell’uomo che si ciba di prodotti ittici. Questa produzione primaria garantisce la presenza di EPA e DHA (un nutriente funzionale) nella catena alimentare acquatica e la possibilità di attingere a queste risorse, attraverso il consumo di pesce, da parte dell’uomo.

Come appare più che evidente, il corretto operare delle alghe consente ai pesci di contenere questi importanti acidi grassi ed all’uomo, che se ne ciba, di sfruttare le proprietà salutari degli stessi.

Lo stesso concetto di correttezza non è applicabile alla condotta umana che con incidenti industriali e discariche abusive riesce facilmente a contaminare le falde freatiche, i corsi e le distese acquose (fiumi e laghi) che culminano con la contaminazione della catena alimentare marina. Purtroppo, la catena trofica marina soggiace a due fenomeni biologici particolarmente importanti nel campo della tossicologia umana: la bio-concentrazione e la bio-amplificazione. Questi fenomeni si esaltano qualora si vadano a misurare con sostanze chimiche non degradabili e solubili nei lipidi. Persistenza e liposolubilità portano la sostanza chimica ad accumularsi, in assenza di un ricettacolo ambientale specifico, nei tessuti grassi degli organismi viventi, uomo incluso. Se l’accumulo è di per se dannoso provate ad immaginare cosa diventano la bioconcentrazione e la bioamplificazione. A causa della persistenza (per mancata biodegradabilità), dell’insolubilità nell’acqua, della liposolubilità e della mancanza di un ricettacolo ambientale, determinate sostanze chimiche presenti nell’acqua passano facilmente all’interno dei pesci dove si accumulano facilmente nei grassi corporei. Poiché, in linea di massima, il pesce più grande mangia quello più piccolo, da questo eredita il suo carico tossicologico che verrà trasferito al prossimo predatore. Poiché nella vita di un pesce ci sono moltissime vittime, i veleni presenti in ognuno di essi sono un carico tossicologico che viene trasferito a concentrazioni crescenti nella rete trofica marina. Così, al vertice della catena alimentare le concentrazioni possono essere milioni di volte più grandi della base poiché tutti assumono dosi provenienti dall’acqua inquinata e dalla dieta che contiene l’inquinante trasferito nella catena alimentare.

In termini pratici ed attuali, il pesce europeo è notevolmente più inquinato con diossina di quello proveniente dal Pacifico. Il pesce non mangia la diossina; ma l’accumula nei suoi tessuti grassi e la porta con se fino a che non viene ucciso per sfamare altri pesci, predatori marini e l’uomo. La diossina è prodotta nel corso di certi procedimenti industriali ed è un sottoprodotto di reazione. Non sparisce mai da sola, si accumula negli organismi viventi ed è trasferita alla prole durante la gravidanza.

Chi contamina l’ambiente con diossina, da decenni sa che a distanza di tempo variabile, dalla data di contaminazione, essa riemergerà come problema di salute pubblica

 ENDOCRINOLOGIA

 

Cenni d’endocrinologia generale e pediatrica

 Dopo le note d’ecologia, che ci consentono di seguire il percorso che dall’industria conduce al nostro organismo; è necessario conoscere come si articola il sistema endocrino e com’è minacciato e guastato dagli EED.

All’interno del nostro organismo esiste una complessa “organizzazione endocrina” dedita a produrre le risposte più adeguate alle ininterrotte stimolazioni interne ed ambientali. Esistono diverse ghiandole ben organizzate che sono dedite alla produzione degli ormoni specifici capaci di evocare risposte articolate e precise. Una branca si articola in un “sistema ormonale a cascata” al cui vertice si collocano gli elementi del sistema nervoso centrale che con la loro meravigliosa capacità di percepire, elaborare, rielaborare e produrre risposte adeguate inviano gli stimoli secretivi opportuni che determinano la produzione ormonale a livello dell’ipotalamo, dell’ipofisi e delle altre ghiandole endocrine da essi controllate e governate.

Il rimanente del contingente endocrino si organizza in maniera diversa e può produrre risposte cellulari differenziate, utilizzando strategie diversificate. In un’ottica moderna, si deve considerare come ormone “qualunque sostanza presente in un organismo che sia capace di veicolare un segnale che a sua volta possiede la capacità di influenzare la funzionalità cellulare”. L’ampliamento del concetto di “ormone” porta a considerare tali, non solo gli “ormoni endocrini” che sono prodotti da un tessuto od una ghiandola endocrina, ma anche gli “ormoni paracrini” (hanno un raggio d’azione più breve e vanno ad influenzare le attività delle cellule vicine dotate del recettore specifico) e gli “ormoni autocrini” che agiscono a breve raggio sugli stessi elementi cellulari che li hanno prodotti e che sono dotati dello specifico recettore cellulare. Ciò che differenzia le tre tipologie è il raggio d’azione, che è notevolmente più lungo nel caso degli ormoni endocrini che sono riversati nella circolazione ematica generale.

Obiettivo finale è il controllo delle attività cellulari di quelle cellule che hanno i recettori affini e complementari alla molecola ormonale. Considerando la questione dal punto di vista generale, si può affermare che l’attività cellulare è regolata da molti ormoni, da fattori di crescita, neurotrasmettitori e da alcune tossine che trovano tutti possibilità d’agire in quanto capaci di legarsi a recettori complementari che presentano affinità per essi e che sono collocati nel contesto della membrana cellulare. Se questo è vero per gli ormoni peptidici e per gli ormoni derivati dagli aminoacidi (esclusi gli ormoni tiroidei che hanno il loro recettore cellulare all’interno del nucleo), non è altrettanto vero quando si considerano gli ormoni steroidei che hanno il loro recettore affine collocato nel citoplasma o nel nucleo, e comunque all’interno della cellula e non a livello della sua superficie.

 

ORGANIZZAZIONE ENDOCRINA A CASCATA

 Considerando l’intero organismo, possiamo affermare che esiste un ordine gerarchico al cui vertice è posto il cervello che, con la sua straordinaria plasticità e versatilità, è capace di generare e trasmettere segnali elettrochimici finalizzati a produrre le adeguate risposte agli eventi stimolatori. I segnali prodotti dal cervello transitano attraverso il sistema limbico in direzione dell’ipotalamo, all’interno del quale comincia la produzione di sostanze chimiche. Dall’ipotalamo emergono i “releasing factors” (unità di misura in ng) che vanno a stimolare l’ipofisi e la inducono alla produzione di ormoni trofici. Il compito di quest’ultimi (unità di misura in mcg) è quello di stimolare opportunamente le varie ghiandole bersaglio. Dalle ghiandole bersaglio degli ormoni trofici, emerge l’ormone specifico che produce i suoi effetti a livello cellulare le cui concentrazioni circolanti sono misurabili in milligrammi (mg). In questo sistema, ad ogni passaggio successivo verso valle, si realizza un’incrementata produzione ormonale (dall’ipotalamo all’ipofisi fino alle ghiandole bersaglio) accompagnata dall’incremento progressivo della relativa emivita ormonale.  

 

FINALITA’ DELL’ORGANIZZAZIONE A CASCATA

 Nel sistema a cascata qualsiasi stimolo ambientale (ad esempio lo stress) innesca la produzione di una serie di ormoni in concentrazione e stabilità progressivamente crescente dove l’ultimo di essi condiziona l’attività di diverse cellule dell’organismo. Il sistema a cascata è soggetto a controllo retroattivo (feedback) il cui innesco è determinato dall’accresciuta concentrazione nel sangue circolante dell’ultimo ormone della cascata. Sono operanti variamente tre diversi possibili feedback così definiti: lungo, corto ed ultracorto. Nel feedback lungo l’ultimo ormone della cascata si va legare ad un recettore affine posto nel sistema nervoso centrale (SNC), nell’ipotalamo e/o nell’ipofisi. Nel feedback corto gli ormoni pituitari vanno ad agire sull’ipotalamo. Nell’ultracorto i releasing factors prodotti dall’ipotalamo agiscono a livello dello stesso frenandone la sua azione di rilascio.

 EFFETTORI INTERMEDI E FINALI DEL SISTEMA

 

Non è sufficiente produrre una cascata di secrezione ormonale; è necessario interpretare la natura del messaggio veicolato dagli ormoni prodotti dagli opportuni stimoli. Diventa indispensabile disporre di recettori cellulari specifici capaci di legare l’ormone che presenta affinità per gli stessi, e costruire appropriate risposte in termini di fisiologia cellulare. Molti recettori di membrana contraggono intimi rapporti con altre strutture poste a loro stretto ridosso, il cui compito è quello di tradurre la stimolazione recettoriale in adeguate risposte metaboliche cellulari. Tali risposte sono possibili poiché l’azione stimolatoria porta ad attivare, con una sequenzialità complessa, una serie cospicua di proteine enzimatiche che sono parte integrante di vie intracellulari di trasmissione del segnale. Ogni via intracellulare è una catena di reazioni, il cui scopo finale è quello di produrre la risposta più appropriata all’avvenuta e precedente stimolazione recettoriale.

Si può produrre un adeguamento dell’attuale assetto metabolico (agendo sulla cinetica enzimatica), così come si può indurre le cellule interessate dalla stimolazione a trascrivere determinati geni che sono parte della risposta allo stimolo ormonale.

 ORGANIZZAZIONE ORMONALE DEL SISTEMA RIPRODUTTIVO

 

Il sistema riproduttivo maschile, a maturazione raggiunta, funziona in modo continuo laddove quello femminile funziona in modo periodico sorretto dal ciclo ovarico. A livello del SNC si colloca un “centro ciclico” la cui funzionalità è stata bloccata nel maschio dagli androgeni ancor prima della nascita. Nelle femmine il suddetto centro è organizzato laboriosamente in epoca pre-puberale. I centri organizzatori del SNC si devono integrare ed armonizzare con i centri ciclico e tonico ed assieme sono in grado di condizionare l’ipotalamo nel senso desiderato. L’intera organizzazione deve produrre una secrezione pulsatile e ciclica del GnRH da effettuarsi a carico dei centri ipotalamici per tutta la vita.

per gli eventuali approfondimenti vi consiglio di consultare il mio libro. per ora lo troverete nelle librerie elencate nella barra "comunicazioni dell'autore".

  

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