PRESENTAZIONE
Definizione
Verosimilmente, nessun altro argomento
scientifico necessita di essere così
dettagliatamente descritto e collocato in
una precisa dimensione spazio-temporale,
come lo è questo. La difficoltà nel portare
in porto quest’idea è duplice: da un lato
l’argomento è ancora poco conosciuto, ed è
imperiosa la necessità di esporlo con la
dovuta semplicità e chiarezza; e dall’altro,
l’imponenza e l’entità dell’impatto sulla
salute di tutti gli esseri viventi non
consentono altre dilazioni temporali.
Cos’è un disregolatore endocrino
ambientale
(EED)?
Gli
anglosassoni definiscono questi agenti col
termine di Environmental Endocrine
Disruptors e nel testo useremo la sigla
EED per indicarli brevemente. Un EED è una
sostanza chimica capace d’interferire con le
normali funzioni ormonali svolte da
estrogeni, androgeni ed ormoni tiroidei.
Tali sostanze possono mimare gli effetti
prodotti dagli ormoni naturali, inibire
l’azione ormonale, alterare la normale
funzione regolatoria del sistema
immunitario, nervoso ed endocrino.
In altre parole, si tratta di sostanze
chimiche esogene capaci d’interferire
con la sintesi, secrezione, trasporto,
legame, azione ed eliminazione di un ormone
naturale che nel nostro organismo concorre
al mantenimento dell’omeostasi,
dell’attività riproduttiva, dello sviluppo e
del comportamento.
Ampiezza della problematica
Non
c’è essere vivente che non sia stato
interessato dalla massiccia dismissione
ambientale di sostanze derivate dalla
chimica industriale. Dagli esseri umani
fino ai molluschi si evidenziano tracce
sempre più incisive e profonde di questa
massiccia contaminazione chimica.
Qualsiasi elenco, stilato in qualunque
momento, sarà sempre deficitario poiché si
tratta, verosimilmente, di migliaia di
molecole che progressivamente dovranno
entrare in queste liste. Attualmente,
esistono oltre 1000 diverse molecole con
tale proprietà e nulla vieta l’ingresso in
questa speciale classifica di nuove sostanze
di produzione industriale. Relativamente
alla specie umana, gli effetti prodotti
dagli EED spaziano dalle anomalie della
riproduzione, della crescita e dello
sviluppo; al cancro ed ai disordini del
sistema immunitario che si realizzano anche
per livelli di bassa esposizione
ambientale.
L’età pediatrica è più vulnerabile di quell’adulta
ed i bambini possono sperimentare, sulla
propria pelle, gli aspetti più deleteri di
un “danno trans-generazionale”
che ha conosciuto i relativi albori nel
corso della relativa gravidanza.
Le prime direttive di lettura
Poiché
gli EED sono sostanze chimiche prodotte
dall’industria della chimica, è necessario
capire come dal sito di produzione
(industria), che si può trovare anche a
migliaia di chilometri dalla nostra
abitazione, si possa arrivare velocemente
all’interno del grembo materno che alberga
il prodotto del nostro concepimento. Vi dico
subito che l’industria della chimica
utilizza volontariamente la strada più breve
e semplice, per smaltire il carico
tossicologico che tutti i giorni produce.
Il miglior sito d’allocazione è
rappresentato dal tessuto grasso di tutti
gli esseri viventi, incluso l’uomo.
Questo è il miglior sito di stoccaggio
poiché da questa sede difficilmente si potrà
realizzare una piccolissima perdita. Le sole
due condizioni che la consentono (gravidanza
ed allattamento) sono supportate da due
efficacissimi tamponi pronti ad assorbire
ciò che può essere trasferito. Questi due
efficienti tamponi sono il feto ed il
lattante.
Fatta la presentazione, vi resta solo la
curiosità della conoscenza e della verifica.
Per adesso vi chiedo solo un minimo
d’applicazione.
ECOLOGIA
Vi
giuro che ho impiegato molto più tempo per
semplificare alcuni concetti che per
apprenderli. Adesso ve li porgo con estrema
semplicità e voi li farete vostri con
altrettanta facilità. Poiché non possiamo
più farci trovare impreparati, altrimenti
diventeremmo facili vittime sacrificali,
cominciamo a piccoli passi a percorrere la
strada che percorrono i contaminanti chimici
prodotti dalla relativa industria. Lo scopo
specifico è quello d’inseguire, come a
guardie e ladri, quelle sostanze chimiche
ambientali che agiscono sul sistema
endocrino del soggetto adulto e del bambino.
Stiamo puntando l’indice su determinati
prodotti chimici che non sono naturali.
La contaminazione che deriva dalla
dismissione ambientale non cessa d’esistere
ma continua ad operare nell’articolazione
delle catene alimentari. L’uomo si pone ai
vertici delle catene alimentari: è un
elemento onnivoro, trae nutrimento dal regno
vegetale ed animale, dalla catena alimentare
terrestre e da quella marina. Domina le
catene alimentari dalle quali trae
nutrimento e contaminanti che
possono, anche, datare nel tempo. Purtroppo,
l’uomo moderno non ha coscienza del proprio
operato e spesso si comporta come se fosse “il
solo ed unico abitante della Terra”.
Egli non è consapevole d’essere parte
integrante di un complesso sistema. Anche se
presenta tutti i peggiori difetti, l’uomo e
l’ambiente in cui vive s’integrano e
costituiscono un’”unità bio-ambientale”.
L’unità bio-ambientale (ecoide)
descrive e rappresenta i rapporti ambientali
più elementari. Allargando leggermente
l’orizzonte e la prospettiva ci si può
accorgere che attorno alla nostra semplice “unità
bio-ambientale”, la componente
biotica (esseri viventi animali e vegetali)
si organizza in strutture di complessità
crescente nel contesto della componente
abiotica. Così, gli ecoidi animali si
organizzano in comunità e popolazioni; gli
ecoidi vegetali si possono organizzare in
colonie o gruppi e popolamenti; assieme
vanno a costituire una biocenosi.
Siamo già arrivati ad un’organizzazione
d’esseri viventi che si trovano ad
interagire, vivere e morire in una piccola
area geografica. Tale struttura, che adesso
si colloca in un ambiente abiotico
discretamente definito (territorio),
è descritta col termine d’ecosistema
(1).
Un ecosistema è un’organizzazione ecologica,
sorretta da complessi meccanismi che
rappresentano una serie infinita
d’ingranaggi interdipendenti la cui
possibilità di moto dipende da una medesima
fonte energetica. In altre parole,
l’ecosistema è un’unità funzionale,
un complesso bio-ambientale
risultante dall’integrazione di una
collettività di specie differenti con lo
spazio ambientale nel quale si trovano a
vivere. Faccio sempre riferimento agli
ecosistemi naturali che, pur non essendo
esenti dagli interventi od effetti
antropici, conservano un minimo di
funzionalità ed autosufficienza.
L’ecosistema deve esprimere autonomia
funzionale, equilibrio dinamico
al suo interno e deve essere circoscritto
rispetto ai complessi contigui.
L’autonomia funzionale è sorretta dalle tre
categorie della componente biologica che si
ripartiscono tra produttori,
consumatori e decompositori. La
funzionalità di un ecosistema dipende
dall’insieme delle relazioni
trofico-energetiche che legano i
viventi della biocenosi (regno animale e
vegetale).
Un ecosistema autosufficiente, e poco
alterato dalle attività antropiche, è capace
di presiedere ad un flusso energetico ed ad
un ciclo della materia evitando grossolane
anomalie e deviazioni patologiche. Comunque,
ogni ecoide concorre ad edificare la
struttura dell’ordine naturale svolgendo la
funzione cibernetica,
della trasmissione delle informazioni, e
quella termodinamica della
trasformazione e degradazione della
componente energetica.
In sintesi, il regno animale, quello
vegetale ed il mondo inanimato interagiscono
naturalmente anche quando non abbiamo
coscienza di ciò.
Per il momento è importante capire che
l’autonomia funzionale dell’ecosistema si
articola su quelle tre categorie e che la
possibilità d’esser vitali dipende dalle
attività differenziate delle stesse tre
categorie. Così, una si dedica a
produrre, l’altra a consumare e la terza a
riciclare. I produttori primari sono
rappresentati quasi esclusivamente dai
vegetali. Essi assumono dall’ambiente delle
sostanze minerali semplici e le trasformano
in molecole organiche con il processo della
fotosintesi e della sintesi chimica.
L’industria naturale della
produzione deve avere il suo supporto
energetico. Tutta l’energia necessaria
per mantenere la vita sulla Terra deriva
dalla radiazione solare. Diventa
evidente che l’energia fornita al produttore
naturale è gratuita e basta per tutte le
attività possibili. La meravigliosa capacità
della fotosintesi (si svolge all’interno
delle piante) consente a questi produttori
la conversione dell’energia solare (energia
fisica) in energia chimica rintracciabile
nella materia neo-prodotta. Adesso che
abbiamo prodotto l’energia necessaria per
far girare i “motori biologici”,
possiamo renderla disponibile ai
consumatori.
Ricapitolando, all’ecosistema è arrivata
l’energia fisica necessaria per la
produzione della materia e del carburante
chimico che serviranno ad alimentare i “trasformatori
dell’energia e della materia”. Questo è
quello che serve agli animali ed essi
acquisiscono energia e materia, poiché si
alimentano di sostanze vegetali e/o animali,
già divenute “organiche” ed
organizzate, digerite in un apparato
digerente posto all’interno del proprio
corpo.
Poiché le popolazioni di esseri viventi
hanno esigenze trofico-energetiche che
devono essere soddisfatte all’interno
dell’ecosistema al quale appartengono; la
competizione per le risorse alimentari può
divenire serrata. Esiste una vera
competizione per le risorse
alimentari tra uomo ed insetti la
cui massima espressione si realizza
sull’ecosistema agricolo. Le colture
servono all’uomo ed agli insetti: gli
insetti erbivori si ciberebbero volentieri
d’altri vegetali, ma l’uomo coi diserbanti
li ha fatti sparire, e devono
necessariamente aggredire la monocoltura che
insiste in quel determinato territorio.
L’uomo reagisce pesantemente aggredendoli
con una serie impressionante di pesticidi
che uccidono una serie d’insetti ed una
serie più grande dei loro predatori poiché
il pesticida è meno selettivo di quello che
si dica, e nulla esclude che il predatore si
cibi d’insetti morti, d’insetti resistenti
ai pesticidi e di quelli ancora vitali
colpiti dai pesticidi. La preda, che suo
malgrado, si “offre nella sua
interezza” al predatore, apporta
energia, nutrienti ed il “carico
tossicologico” che ha in dote. Nel
momento in cui l’uso dei pesticidi
compromette la vitalità di una popolazione
di predatori, che sono un anello
della catena alimentare, gli insetti a valle
aumenteranno di numero e i predatori del
predatore degli insetti (anello successivo)
non troveranno cibo sufficiente, e dovranno
contrarre il numero degli effettivi. Alla
contrazione della biomassa, appartenente
all’anello inferiore della catena,
corrisponderà la contrazione della biomassa
dell’anello superiore e così via fino al
vertice della catena. L’uso attuale
dei pesticidi ha ampliato le popolazioni
degli insetti più aggressivi e decimato il
numero dei predatori naturali degli insetti
erbivori. Ha creato popolazioni
d’insetti resistenti ai pesticidi che
possono ingerirli senza morire e li possono
accumulare nei tessuti lipidici per
trasferirli ai predatori. Poiché nella
catena alimentare vige la regola che ogni
componente è a sua volta predatore e preda;
il carico di pesticidi viene trasferito
tappa dopo tappa fino a raggiungere l’uomo.
Questo perchè un predatore, di norma, preda
gli elementi che stanno nell’anello
immediatamente inferiore al suo, e diventa
risorsa trofico-energetica e
tossicologica (preda) per gli esponenti
dell’anello superiore della propria catena
alimentare. Pur con le dovute eccezioni,
questa è una regola che da contezza dei
rapporti esistente tra i vari componenti
delle reti trofiche degli ecosistemi a tutti
i livelli ambientali.
La terza categoria contempla i decompositori
che sono consumatori particolari capaci di trasformare
le spoglie degli animali e delle piante
morte, restituendo i principi chimici
inorganici al terreno od all’acqua chiudendo
il ciclo biologico delle sostanze nutritive.
In questa categoria rientrano
importantissimi batteri capaci di
determinare la “mineralizzazione”
della sostanza organica soprattutto a
livello del suolo. Spogli mortali e rifiuti
degli organismi viventi vengono trasformate
fino a liberare e restituire al suolo la
componente inorganica precedentemente
assunta dalla piante. Si chiude cosi il
ciclo bio-geochimico delle sostanze
nutritive che altrimenti verrebbero perse
senza la brillante e fondamentale azione dei
decompositori (bioriduttori).
La loro essenziale funzione consente di
restituire al suolo ed al mondo inorganico
quegli elementi chimici che erano stati
prelevati dagli autotrofi e sequestrati
nella biomassa dei consumatori.
Catene e reti trofiche.
Tutti gli organismi viventi che attingono
alla stessa fonte alimentare e che
forniscono alimento alla stessa categoria di
predatori appartengono allo stesso livello
trofico. Così, i produttori primari
convertono l’energia solare ed appartengono
al primo livello trofico
(vegetali autotrofi) che ha il compito di
fornire energia da convertire e materia da
trasformare. Al secondo livello
appartengono i fitofagi (si nutrono
di vegetali) ed al terzo i carnivori
primari.
Ogni livello trofico è alimentato dalla
biomassa appartenente al livello inferiore,
ed a sua volta diventa alimento per il
livello successivo. È così chiaro che nel
contesto di una data catena alimentare un
individuo è contemporaneamente predatore e
preda potenziale. Esclusion fatta per i
dominatori delle catene alimentari (i
vertici che non conoscono predatori), tutti
i componenti devono misurarsi con questa
dura realtà. Tuttavia, il fiero leone, la
maestosa aquila ed il feroce squalo alla
fine del loro ciclo vitale dovranno rendere
la loro biomassa alle catene dei
decompositori. La chiusura del ciclo della
materia si completa e ricomincia allorquando
le piante usufruiranno di parte di questa
biomassa animale in decomposizione.
Poiché è difficile che tutti gli ecoidi
siano stretti specialisti alimentari; spesso
la dieta è varia ed i predatori sono
diversi. A questo consegue un variabile
intreccio degli anelli di diverse catene
alimentari che sfocia in un diversificato e
meno rigido ciclo della materia ed un mal
definibile flusso energetico. Ne deriva una
complessa unità strutturale e funzionale
definita come rete trofica. I guasti
ambientali prodotti frequentemente dall’uomo
possono aver frammentato quest’unità e
prodotto diverse reti alimentari nell’ambito
del medesimo ecosistema. Tuttavia,
l’ecosistema continua a funzionare seppur in
modo meno redditizio.
Comunque siano intrecciate le catene
alimentari, la sopravvivenza di una data
biomassa di un dato livello alimentare
richiede dal livello trofico precedente
biomasse superiore alle proprie o biomasse
inferiori ma con livelli di produttivà più
elevati nell’unità di tempo. Per rispettare
la regola delle “piramidi ecologiche”
è necessario che la massa dei produttori
primari superi quella degli erbivori o
fitofagi, e che gli effettivi di quest’ultimi
superino la biomassa superiore da nutrire
rappresentata dai carnivori primari (quelli
che si cibano essenzialmente degli
erbivori). Il concetto di piramide consente
di percepire immediatamente che esiste
un’evidente riduzione delle biomasse
passando dai produttori primari ai
consumatori apicali. Poiché le relazioni
trofico-energetiche procedono nella medesima
direzione, è ovvio che ai vari anelli della
catena, laddove si realizzano le
trasformazioni chimiche ed i consumi
energetici, si concretizzano perdite che
ridurranno progressivamente l’entità delle
relative risorse sfruttabili.
Da ciò deriva che non tutta l’energia e la
materia proveniente da un dato livello
trofico può essere sfruttata compiutamente
dal livello successivo. Inoltre, quanto più
ci si avvicina al vertice della piramide
alimentare, tanto minore sarà la quantità
d’energia residua realmente utilizzabile.
Ritornando alla nostra materia oggetto di
discussione, non possiamo che trarre alcune
doverose considerazioni così riassumibili:
1.
Poiché l’ecosistema si è organizzato come
prima riferito, in reti trofiche e catene
alimentari, è evidente che l’animale che
fornisce il cibo al suo predatore
offrendo, suo malgrado, “tutto se
stesso”, gli apporta tutti i tossici che
ha accumulato nel corso della sua vita.
2.
Il trasferimento di nutrienti ed energia,
nelle catene e reti trofiche, comporta
l’inevitabile transito, nella medesima
direzione, dei tossici ingeriti ed
accumulati nel tempo fino ad apportarli in
consistente copia al vertice delle catene
alimentari dove governano i dominatori della
catena, ivi incluso, il povero uomo.
3.
Se un elemento della rete o della catena è
danneggiato, tutta la catena ne risente fino
a subire danni severi che inevitabilmente
compromettono le funzioni articolate ed
integrate. In questo caso, un tossico che va
a colpire uno o più anelli determinerà danni
severi in termini di funzionalità e
sopravvivenza, poiché ad anelli deboli
corrispondono catene deboli e vulnerabili.
Volendo sintetizzare al massimo, vi posso
assicurare che le molecole tossiche,
spesso “non biodegradabili”, una volta che
trovano ingresso nelle reti trofiche, sono
in grado di percorrerle fino alla fine
incrementando, quasi invariabilmente, la
loro concentrazione di partenza.
Se questo è lo scenario che si presenta in
caso di contaminazione chimica ambientale
degli ecosistemi naturali o poco alterati
dalle attività antropiche; le cose
peggiorano se a contaminare sono gli “ecosistemi
artificiali” il cui prototipo è
rappresentato dall’ecosistema agricolo
industriale.
Sistemi agricoli industrializzati.
I
moderni ed industrializzati sistemi
agricoli, od ad elevata specializzazione
colturale e tecnologica, sono sistemi
estremamente semplificati dalla mano
dell’uomo. Nel biospazio viene insediata
forzatamente una monocoltura
che dovrà fornire direttamente cibo all’uomo
e/o agli animali eventualmente allevati e
foraggiati. L’alta specializzazione e
l’estrema semplificazione del sistema
rendono estremamente vulnerabile la coltura
che può soccombere sotto l’attacco di un
banale insetto, che se non controllato
tempestivamente, potrà condurre in tempi
brevissimi alla perdita della biomassa
vegetale coltivata (2).
Trattandosi di una monocoltura, è evidente
che dovranno essere strettamente controllate
le altre specie vegetali che possono entrare
in competizione per l’energia solare e per
la materia nutritiva. Diventa così
inevitabile utilizzare vari diserbanti ed
insetticidi, conseguendo sempre risultati,
più o meno soddisfacenti, ad un
elevatissimo prezzo ambientale.
Nel contesto dell’ecosistema agricolo ogni
unità colturale (monocoltura)
possiede un’unica catena alimentare isolata
da quella appartenente alla coltura
adiacente. Inoltre, esiste un
consumatore apicale (l’uomo) che
spesso si trova negli agglomerati urbani
siti a notevole distanza dal luogo di
produzione primaria.
Ne consegue che la monocoltura dovrà
comunque e sempre essere aggredita dai
fitofagi (non esistendo altri vegetali
da consumare poiché eliminati dai
diserbanti) per il controllo dei quali si
dovranno impiegare ingenti risorse
energetiche e presidi derivanti
dall’industria della chimica. I
danni suddetti sono integrati dagli effetti
deleteri determinati dall’allontanamento
della biomassa prodotta con la coltivazione
dalla sede di primaria produzione.
L’allontanamento della biomassa impoverisce
drammaticamente l’ecosistema agricolo che
per sopravvivere dovrà essere
implementato ininterrottamente con energia e
fertilizzanti. Questo è soprattutto vero
alla luce dell’ineluttabile certezza che
identifica in ogni essere vivente un
accumulo di sostanza organica nel contesto
della sua biomassa.
In questi sistemi il flusso energetico ed
il ciclo della materia sono dominati
dall’azione antropica sotto la spinta
delle istanze economiche.
È questo l’ecosistema che produce il
maggior carico di disregolatori endocrini
ambientali, capaci di raggiungere il
nostro organismo essenzialmente attraverso
la dieta di tutti i giorni.
Ecosistema
acquatico marino
Tra
i produttori primari della rete trofica
marina vanno ricordate le alghe
unicellulari del phythoplankton che
sono capaci di elongare e desaturare l’acido
alfa-linolenico (18:3 n-3) fino a produrre
EPA (acido eicosapentaenoico o 20:5 n-3) e
DHA (22:6 n-3) che sono acidi grassi
polinsaturi a lunga catena molto
importanti per la fisiologia cellulare
dell’uomo e degli animali.
Dalle alghe inizia il trasferimento ai pesci
erbivori, e da questi ai predatori superiori
fino ad arrivare alla mensa dell’uomo che si
ciba di prodotti ittici. Questa produzione
primaria garantisce la presenza di EPA e DHA
(un nutriente funzionale) nella
catena alimentare acquatica e la possibilità
di attingere a queste risorse, attraverso il
consumo di pesce, da parte dell’uomo.
Come appare più che evidente, il corretto
operare delle alghe consente ai pesci di
contenere questi importanti acidi grassi ed
all’uomo, che se ne ciba, di sfruttare le
proprietà salutari degli stessi.
Lo stesso concetto di correttezza non è
applicabile alla condotta umana che con
incidenti industriali e discariche
abusive riesce facilmente a contaminare le
falde freatiche, i corsi e le
distese acquose (fiumi e laghi) che
culminano con la contaminazione della catena
alimentare marina. Purtroppo, la catena
trofica marina soggiace a due fenomeni
biologici particolarmente importanti
nel campo della tossicologia umana:
la bio-concentrazione e la
bio-amplificazione. Questi fenomeni si
esaltano qualora si vadano a misurare con
sostanze chimiche non degradabili e solubili
nei lipidi. Persistenza e liposolubilità
portano la sostanza chimica ad accumularsi,
in assenza di un ricettacolo ambientale
specifico, nei tessuti grassi degli
organismi viventi, uomo incluso.
Se l’accumulo è di per se dannoso provate ad
immaginare cosa diventano la
bioconcentrazione e la bioamplificazione.
A causa della persistenza (per mancata
biodegradabilità), dell’insolubilità
nell’acqua, della liposolubilità e della
mancanza di un ricettacolo ambientale,
determinate sostanze chimiche presenti
nell’acqua passano facilmente all’interno
dei pesci dove si accumulano facilmente nei
grassi corporei. Poiché, in linea di
massima, il pesce più grande mangia quello
più piccolo, da questo eredita il suo carico
tossicologico che verrà trasferito al
prossimo predatore. Poiché nella vita di un
pesce ci sono moltissime vittime, i veleni
presenti in ognuno di essi sono un carico
tossicologico che viene trasferito a
concentrazioni crescenti nella rete trofica
marina. Così, al vertice della catena
alimentare le concentrazioni possono
essere milioni di volte più grandi della
base poiché tutti assumono dosi
provenienti dall’acqua inquinata e dalla
dieta che contiene l’inquinante trasferito
nella catena alimentare.
In termini pratici ed attuali, il pesce
europeo è notevolmente più inquinato con
diossina di quello proveniente dal
Pacifico. Il pesce non mangia la diossina;
ma l’accumula nei suoi tessuti grassi e la
porta con se fino a che non viene ucciso per
sfamare altri pesci, predatori marini e
l’uomo. La diossina è prodotta nel corso
di certi procedimenti industriali ed è un
sottoprodotto di reazione. Non sparisce
mai da sola, si accumula negli organismi
viventi ed è trasferita alla prole durante
la gravidanza.
Chi contamina l’ambiente con
diossina, da decenni sa che a distanza di
tempo variabile, dalla data di
contaminazione, essa riemergerà come
problema di salute pubblica.
ENDOCRINOLOGIA
Cenni d’endocrinologia generale e pediatrica
Dopo
le note d’ecologia, che ci consentono di
seguire il percorso che dall’industria
conduce al nostro organismo; è necessario
conoscere come si articola il sistema
endocrino e com’è minacciato e guastato
dagli EED.
All’interno del nostro organismo esiste una
complessa “organizzazione endocrina”
dedita a produrre le risposte più adeguate
alle ininterrotte stimolazioni interne ed
ambientali. Esistono diverse ghiandole ben
organizzate che sono dedite alla produzione
degli ormoni specifici capaci di evocare
risposte articolate e precise. Una branca si
articola in un “sistema ormonale a
cascata” al cui vertice si collocano
gli elementi del sistema nervoso centrale
che con la loro meravigliosa capacità di
percepire, elaborare, rielaborare e produrre
risposte adeguate inviano gli stimoli
secretivi opportuni che determinano la
produzione ormonale a livello
dell’ipotalamo, dell’ipofisi e delle altre
ghiandole endocrine da essi controllate e
governate.
Il rimanente del contingente endocrino si
organizza in maniera diversa e può produrre
risposte cellulari differenziate,
utilizzando strategie diversificate. In
un’ottica moderna, si deve considerare come
ormone “qualunque sostanza presente in
un organismo che sia capace di veicolare un
segnale che a sua volta possiede la capacità
di influenzare la funzionalità cellulare”.
L’ampliamento del concetto di “ormone” porta
a considerare tali, non solo gli “ormoni
endocrini” che sono prodotti da un
tessuto od una ghiandola endocrina, ma anche
gli “ormoni paracrini” (hanno un
raggio d’azione più breve e vanno ad
influenzare le attività delle cellule vicine
dotate del recettore specifico) e gli “ormoni
autocrini” che agiscono a breve raggio
sugli stessi elementi cellulari che li hanno
prodotti e che sono dotati dello specifico
recettore cellulare. Ciò che differenzia le
tre tipologie è il raggio d’azione, che è
notevolmente più lungo nel caso degli ormoni
endocrini che sono riversati nella
circolazione ematica generale.
Obiettivo finale è il
controllo delle attività cellulari
di quelle cellule che hanno i recettori
affini e complementari alla molecola
ormonale. Considerando la questione dal
punto di vista generale, si può affermare
che l’attività cellulare è regolata da molti
ormoni, da fattori di crescita,
neurotrasmettitori e da alcune tossine che
trovano tutti possibilità d’agire in quanto
capaci di legarsi a recettori complementari
che presentano affinità per essi e che sono
collocati nel contesto della membrana
cellulare. Se questo è vero per gli ormoni
peptidici e per gli ormoni derivati dagli
aminoacidi (esclusi gli ormoni tiroidei che
hanno il loro recettore cellulare
all’interno del nucleo), non è altrettanto
vero quando si considerano gli ormoni
steroidei che hanno il loro recettore affine
collocato nel citoplasma o nel nucleo, e
comunque all’interno della cellula e non a
livello della sua superficie.
ORGANIZZAZIONE ENDOCRINA A CASCATA
Considerando
l’intero organismo, possiamo
affermare che esiste un ordine gerarchico al
cui vertice è posto il cervello che, con la
sua straordinaria plasticità e versatilità,
è capace di generare e trasmettere segnali
elettrochimici finalizzati a produrre le
adeguate risposte agli eventi stimolatori. I
segnali prodotti dal cervello transitano
attraverso il sistema limbico in direzione
dell’ipotalamo, all’interno del quale
comincia la produzione di sostanze chimiche.
Dall’ipotalamo emergono i “releasing
factors” (unità di misura in ng)
che vanno a stimolare l’ipofisi e la
inducono alla produzione di ormoni
trofici. Il compito di quest’ultimi
(unità di misura in mcg) è quello di
stimolare opportunamente le varie
ghiandole bersaglio. Dalle ghiandole
bersaglio degli ormoni trofici, emerge
l’ormone specifico che produce i suoi
effetti a livello cellulare le cui
concentrazioni circolanti sono misurabili in
milligrammi (mg). In questo sistema, ad ogni
passaggio successivo verso valle, si
realizza un’incrementata produzione ormonale
(dall’ipotalamo all’ipofisi fino alle
ghiandole bersaglio) accompagnata
dall’incremento progressivo della relativa
emivita ormonale.
FINALITA’ DELL’ORGANIZZAZIONE A CASCATA
Nel
sistema a cascata qualsiasi stimolo
ambientale (ad esempio lo stress) innesca la
produzione di una serie di ormoni in
concentrazione e stabilità progressivamente
crescente dove l’ultimo di essi condiziona
l’attività di diverse cellule
dell’organismo. Il sistema a cascata è
soggetto a controllo retroattivo (feedback)
il cui innesco è determinato
dall’accresciuta concentrazione nel sangue
circolante dell’ultimo ormone della cascata.
Sono operanti variamente tre diversi
possibili feedback così definiti: lungo,
corto ed ultracorto. Nel feedback
lungo l’ultimo ormone della cascata
si va legare ad un recettore affine posto
nel sistema nervoso centrale (SNC),
nell’ipotalamo e/o nell’ipofisi. Nel
feedback corto gli ormoni pituitari
vanno ad agire sull’ipotalamo. Nell’ultracorto
i releasing factors prodotti dall’ipotalamo
agiscono a livello dello stesso frenandone
la sua azione di rilascio.
EFFETTORI
INTERMEDI E FINALI DEL SISTEMA
Non è sufficiente produrre una cascata di
secrezione ormonale; è necessario
interpretare la natura del messaggio
veicolato dagli ormoni prodotti dagli
opportuni stimoli. Diventa indispensabile
disporre di recettori cellulari
specifici capaci di legare l’ormone
che presenta affinità per gli stessi, e
costruire appropriate risposte in termini di
fisiologia cellulare. Molti recettori di
membrana contraggono intimi rapporti con
altre strutture poste a loro stretto
ridosso, il cui compito è quello di tradurre
la stimolazione recettoriale in adeguate
risposte metaboliche cellulari. Tali
risposte sono possibili poiché l’azione
stimolatoria porta ad attivare, con una
sequenzialità complessa, una serie cospicua
di proteine enzimatiche che sono parte
integrante di vie intracellulari di
trasmissione del segnale. Ogni via
intracellulare è una catena di reazioni, il
cui scopo finale è quello di produrre la
risposta più appropriata all’avvenuta e
precedente stimolazione recettoriale.
Si può produrre un adeguamento dell’attuale
assetto metabolico (agendo sulla cinetica
enzimatica), così come si può indurre le
cellule interessate dalla stimolazione a
trascrivere determinati geni che sono parte
della risposta allo stimolo ormonale.
ORGANIZZAZIONE
ORMONALE DEL SISTEMA RIPRODUTTIVO
Il sistema riproduttivo maschile, a
maturazione raggiunta, funziona in modo
continuo laddove quello femminile funziona
in modo periodico sorretto dal ciclo ovarico.
A livello del SNC si colloca un “centro
ciclico” la cui funzionalità è stata
bloccata nel maschio dagli androgeni ancor
prima della nascita. Nelle femmine il
suddetto centro è organizzato laboriosamente
in epoca pre-puberale. I centri
organizzatori del SNC si devono integrare ed
armonizzare con i centri ciclico e tonico ed
assieme sono in grado di condizionare
l’ipotalamo nel senso desiderato. L’intera
organizzazione deve produrre una secrezione
pulsatile e ciclica del GnRH da effettuarsi
a carico dei centri ipotalamici per tutta la
vita.
per gli eventuali approfondimenti vi
consiglio di consultare il mio libro. per
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