ESOFAGO
Prende
origine dall'intestino anteriore ed è di derivazione
entodermica. Il suo iter evolutivo passa attraverso due fasi
successive la prima delle quali è solida e la finale porta
alla sua canalizzazione.
Durante le
prime epoche della vita intrauterina fa corpo unico con la
trachea dalla quale successivamente si separa (un errore di
sviluppo durante questa fase ha come diretta conseguenza la
genesi delle fistole tracheo-esofagee e delle atresie
esofagee).
Poiché il
reflusso gastro-esofageo (GER) è un fenomeno che si verifica
virtualmente in tutti i soggetti diverse volte nell’arco
delle 24 ore, l’esofago possiede capacità notevoli nel
difendersi contro gli effetti nocivi determinati dal chimo
gastrico rifluito all’interno del suo lume.
Uno dei
meccanismi è rappresentato dalla barriera
antireflusso alla cui formazione concorrono il diaframma
e lo sfintere esofageo inferiore (LES).
Il secondo
meccanismo utilizzato per la protezione dell’esofago è il
meccanismo di clearance (peristalsi, gravità, secrezione di
bicarbonati da parte delle ghiandole salivari e
sottomucose); ed il terzo elemento di protezione è legato
alla resistenza tessutale (15).
Il suo
compito funzionale è quello del trasporto del bolo
alimentare fino allo stomaco col quale collabora per
impedirne il reflusso (1).
STOMACO
Presenta 4 strati che dalla superficie mucosa a quella
sierosa si dispongono secondo quest'ordine: mucosa,
sottomucosa, muscolare e sierosa.
La mucosa
dello stomaco presenta 4 tipi di cellule con funzioni
diverse: le cellule principali (deputate alla produzione di
pepsinogeno), le cellule parietali (addette alla produzione
di acido cloridrico ed a livello del fundus anche alla
produzione del fattore intrinseco), le cellule mucose
(producono mucoproteine) e quelle simil-endocrine
responsabile della produzione di sostanze a funzione
endocrina.
Lo strato
muscolare è formato da fibre che nella parte interna si
organizzano in uno strato circolare e nella parte esterna si
dispongono in uno strato longitudinale. Questo tipo di
organizzazione della componente muscolare viene anche
rintracciato nel resto del canale alimentare.
Solo a
livello del cardias si isola una componente dello strato
muscolare la quale si dispone in modo obliquo andando a
costituire un terzo strato che ha la sua importanza
funzionale nel contesto di quel complesso di meccanismi
anatomo-funzionali che impediscono il reflusso
gastro-esofageo.
A livello
pilorico lo strato circolare si organizza in un vero e
proprio sfintere definito sfintere pilorico che svolge un
compito fondamentale per lo svuotamento gastrico.
Dal punto
di vista funzionale nello stomaco si possono reperire tre
diverse funzioni: quella meccanica
responsabile del mescolamento del suo contenuto e
dell'apporto di chimo gastrico al duodeno; quella
enzimatica connessa con la presenza delle pepsine e
della lipasi pre-intestinale e quella chimica legata
alla produzione di acido cloridrico alla quale si associa,
anche, la capacità d'emulsificazione parziali dei lipidi
alimentari.
INTESTINO
TENUE
Anch'esso
presenta la medesima organizzazione in 4 strati successivi.
Alla nascita la sua lunghezza può arrivare a 2.5 metri e da
questo momento cresce progressivamente fino a raggiungere le
dimensioni adulte (3.6-6.6 metri).
All'interno della superficie mucosa si evidenziano delle
plicature ad andamento trasversale (valvole conniventi) che
producono un incremento dell'area di superficie mucosa di
circa 3 volte. La stessa mucosa intestinale è dotata di
villi e microvilli che incrementano la superficie di
contatto con gli alimenti di 10 e 20 volte rispettivamente.
Nel
complesso la superficie di
contatto viene ampliata di circa
600 volte rispetto a quella che sarebbe stata
se il canale alimentare in sede intestinale fosse solo un
cilindro cavo. Concorrono ad incrementare questa superficie
anche le cripte intestinali.
A livello
dei villi intestinali sono identificabili 4 tipi di cellule
diverse: assorbenti, mucose, endocrine e cellule M dotate di
una specificità particolare nel contesto della risposta
immunologica ai trofoallergeni.
A livello
delle cripte intestinali sono identificabili altri 4 tipi di
cellule: cellule mucose, cellule di Paneth, cellule
indifferenziate e cellule con funzione endocrina.
Le cellule
endocrine producono tutta una serie di peptidi ormonali tra
i quali vanno ricordati: gastrina, secretina, somatostatina,
CCK-PZ, enteroglucagone, motilina, neurotensina, VIP e GIP.
In
condizioni fisiologiche il turnover delle cellule
intestinali è elevato e condizionato da diversi fattori.
Stimoli sistemici, locali epiteliali ed intraluminali
intervengono a modulare questo turnover.
L’intero
ciclo cellulare, dalle cripte all’apice del villo,
dura circa 5 giorni nel digiuno e circa 3 a livello
dell’ileo.
Nel
contesto del medesimo ciclo cellulare molte attività
enzimatiche devono essere ripristinate più volte.
La lattasi viene rimpiazzata 2 volte e la
saccarasi-isomaltasi viene ricollocata a livello della
membrana circa 12 volte avendo un turnover di circa 4-5 ore.
Inoltre,
parallelamente alla migrazione cellulare, in direzione
dell’apice del villo intestinale, si realizzano negli
enterociti delle modificazioni morfo-funzionali che
determinano la diversa tipologia degli elementi costitutivi
dello stesso villo.
Perciò,
diversi componenti della superficie cellulare vanno incontro
a dei mutamenti così come mutano i processi di
glicosilazione delle proteine enzimatiche degli enterociti
la cui sintesi viene condizionata sensibilmente dai fattori
evolutivi e nutrizionali (27).
Se
accettiamo l’osservazione che la membrana cellulare si
modifica con la migrazione lungo l’asse del villo, dobbiamo
recepire che i componenti della stessa membrana variano
durante il ciclo vitale dell’enterocita.
Infatti,
nei ratti la migrazione cellulare è accompagnata da una
modificazione della composizione fosfolipidica di membrana e
l’indice di insaturazione di una dieta, così come un
adeguato intake di acidi grassi polinsaturi a lunga catena (PUFA),
sono responsabili di pesanti condizionamenti sul livello
delle attività di glicosilazione delle proteine di
produzione enterocitaria (27).
Ai fattori
nutrizionali si affiancano le caratteristiche evolutive che
si integrano con le precedenti concorrendo a garantire un
divenire morfo-funzionale sempre più simile alla tipologia
tipica del soggetto maturo.
Una
probabile prova di quanto sopra affermato la possiamo
identificare nell’espressione di numerosi meccanismi di
detossificazione e di citoprotezione che sembrano
sovraregolati durante il periodo del divezzamento nei ratti
(28).
Non si sa
se esiste un "orologio biologico" o se
i fattori esogeni dietetici siano in grado di determinare
questa sovraregolazione che è finalisticamente utile in
quanto col divezzamento vengono introdotte delle sostanze
potenzialmente tossiche che non sono state sottoposte
all’azione del "filtro materno"
rappresentato dallo stesso organismo materno che con la sua
ghiandola mammaria apporta i nutrienti (e gli eventuali
inquinanti in misura contenuta visto che possiede dei
meccanismi di detossificazione efficienti) essenziali per la
crescita.
Non meno
importante e poi la recente osservazione che la chiusura
della barriera intestinale, con la relativa riduzione della
permeabilità alle macromolecole, avviene in anticipo nei
soggetti allattati al seno rispetto agli allattati
artificialmente (29).
Quotidianamente circa 1/5 delle cellule epiteliali vanno in
esfoliazione e devono essere sostituite dalle cellule
provenienti dalle cripte.
Il corredo
enzimatico di queste cellule ed i nutrienti in esse
contenuti vengono riversate nel lume intestinale dove
partecipano ai processi digestivo-assorbitivi (17).
L'intestino tenue è sterile alla nascita ed esso diviene
rapidamente sede di colonizzazione batterica tanto
attraverso la bocca quanto attraverso l'orifizio anale. La
flora microbica materna e quella dell'ambiente circostante
danno il via a questo processo di
colonizzazione che all'età di circa 3 anni si può
assumere come definitivamente acquisito nelle
caratteristiche che sono proprie dell'età adulta nella quale
è predominante la componente anaerobica.
A dispetto
di tutte le variabili che possono intervenire nel corso
degli anni, la sua composizione rimane pressoché inalterata
tanto nella componente quantitativa quanto nella componente
qualitativa.
L’insieme
di questi microrganismi, in equilibrio tra loro, si
organizza in un ecosistema dalla notevole importanza
funzionale.
Nel
contesto di questo ecosistema vengono identificati germi
eubiotici e germi potenzialmente
patogeni.
I germi
eubiotici sono i cardini dell’ecosistema poiché ne
garantiscono il suo equilibrio (lattobacilli, bifidobatteri
e streptococchi). Acidificano l’ambiente ed hanno attività
saccarolitica.
I germi
potenzialmente patogeni hanno attività proteolitica ed
alcalizzano l’ambiente.
I batteri
di questo ecosistema aderiscono alle cellule mucose formando
un biofilm nel contesto del quale si realizzano le
condizioni idonee a garantire la loro limitata sopravvivenza
a causa del rapido turnover delle cellule intestinali.
Lo stesso
ecosistema ha elaborato meccanismi che limitano la
proliferazione indiscriminata delle varie specie microbiche.
Infatti,
il prevalente utilizzo di diversi nutrienti da parte di una
specie microbica limita la disponibilità del substrato
nutrizionale che appare fondamentale per la proliferazione
di altri batteri appartenenti al medesimo ecosistema.
Inoltre,
le specie che consumano ossigeno creano le condizioni
microambientali favorevoli allo sviluppo dei batteri
anaerobi (18). Ancora, dalla fermentazione batterica
intestinale derivano diversi acidi grassi a corta catena che
sono in grado d’inibire la crescita di molti batteri.
Similmente, la produzione di batteriocidine determina
il blocco della proliferazione batterica che non è
esclusivamente limitato alle altre specie, ma si esercita
sugli stessi batteri produttori.
Oltre i
meccanismi sopracitati, le secrezioni gastrointestinali e
biliari assieme alla produzione del lisozima,
concorrono a modulare e limitare la crescita batterica.
Le
funzioni che si possono ascrivere a questa flora
indigena sono quelle connesse con la prevenzione
dell'attecchimento di altre specie microbiche anche
patogene, con la digestione di alcune componenti alimentari
e con la produzione di vitamina K.
La
presenza di questa flora batterica, comunque, presuppone
l’esistenza di altri meccanismi dediti al controllo della
sua capacità proliferativa.
Adempie a
tali scopi il sistema immunitario gastro-intestinale la cui
funzionalità non è esclusivamente confinata allo svolgimento
del controllo della proliferazione batterica.
Circa
il 40% delle cellule
immunitarie dell’intero organismo si
localizzano a livello intestinale (20).
Le cellule
immunologiche presenti a livello intestinale fanno parte di
un sistema definito gastrointestinal-associated lynphoid
tissue (GALT) alla cui formazione concorrono i
seguenti elementi di base: i linfociti intraparietali, i
follicoli linfoidi solitari, le plasmacellule della lamina
propria e le placche del Peyer.
Queste
cellule possono mantenere i reciproci contatti grazie ad un
network di citochine.
Il GALT
assieme al BALT (Bronchus Associated Lymphoid Tissue)
ed agli elementi immunocompetenti della mucosa genitale,
delle ghiandole salivari, del faringe e della ghiandola
mammaria vanno a formare un "sistema mucosale
comune" che opera a livello delle superfici
mucose che prendono contatto con l’ambiente esterno. Tale
sistema di difesa specifico è in qualche modo indipendente
dal sistema immunitario classico.
Il
numero delle placche del
Peyer aumenta durante tutta
l'infanzia fino alla pubertà.
A partire
da questo periodo inizia un lento declino numerico. Laddove
è più massiccia la presenza microbica il tessuto linfatico
si dispone in maniera più organizzata.
Al GALT va
ascritta anche una funzione diversa da quella prettamente
repressiva sulla crescita microbica. In particolare i
rapporti stabiliti con gli antigeni alimentari
(trofo-allergeni) e le conseguenze connesse alla qualità del
rapporto sono responsabili della tolleranza o
dell’intolleranza alimentare.
Per
tolleranza orale s’intende uno stato di sistemica non
responsività all’immunizzazione parenterale indotta da una
pregressa esposizione ad un trofoallergene (23).
Alla
tolleranza si può arrivare attraverso diversi meccanismi.
Delezione clonale, anergia clonale e soppressione sono tre
delle possibili vie percorribili per ottenere la tolleranza.
La
tolleranza orale ad una proteina solubile coinvolge il
sistema dei T-linfociti (24). Il contatto con un
trofoallergene può produrre una risposta dicotomica: da un
lato viene generata una depressione delle cellule T, e
dall’altro viene incrementata la risposta legata ai
linfociti B con il risultato di un fenomeno di tolleranza in
"bassa zona" (24).
Il normale
assorbimento dei trofoallergeni è dell’ordine dei mcg/litro
(24).
Nel caso
dell’intolleranza il contatto del trofoallergene con
le cellule immunitarie produce un effetto "priming"
responsabile della sensibilizzazione e delle reazione
avverse che a tale fenomeno possono conseguire.
A questo
concetto di tolleranza od intolleranza va associato il
concetto della "chiusura della barriera
intestinale", ossia la limitazione della permeabilità
intestinale alle macromolecole.
Tale
operazione sembra completarsi attorno al 3° mese di vita.
Fatta
questa premessa passo alle descrizione generica dei fenomeni
essenziali che stanno alla base della "tolleranza
alimentare".
A livello
dei villi intestinali sono presenti delle cellule epiteliali
particolari dette cellule M. Queste cellule hanno
pochi microvilli, poco glicocalice ed attività enzimatiche
lisosomiali ridotte. Inoltre, sono ricoperte da uno scarso
strato di muco e presentano profonde invaginazioni della
membrana basale la quale è separata, in questa sede, da
quella apicale da un sottile strato di citoplasma.
In queste
invaginazioni trovano facile accesso i macrofagi ed i
linfociti. Dato il ridotto spazio che separa l’invaginazione
dal lume, ne consegue che le cellule immunitarie vengono a
trovarsi in stretta vicinanza del lume intestinale (21).
Infatti,
gli antigeni intatti e quelli parzialmente modificati dalle
cellule M possono prendere contatto con le immunoglobuline
(Ig) tanto che esse siano libere in soluzione quanto che
esse siano legate ai linfociti B. Ma la completa risposta
immunitaria necessita della collaborazione dei linfociti T.
Questi ultimi linfociti devono a loro volta essere stimolati
dall’antigene che gli viene presentato dalle cellule APC
(antigen-presenting cells).
Le APC
devono ingerire, digerire e legare un piccolo frammento
dell’antigene alla superficie delle glicoproteine MHC
(Major Histocompatibility Complex) di classe II le quali
sono in grado di interagire con i linfociti T per mezzo di
un recettore.
Le
molecole della classe II MHC sono principalmente espresse
sulle cellule del sistema immunitario. Il ruolo primario di
queste molecole è quello di presentare frammenti di peptidi
(antigene) alle cellule T. Queste stesse molecole presentano
antigeni di derivazione esogena e le proteine del "self".
In
sintesi, allorquando una cellula APC (ad esempio un
macrofago) presenta l’antigene ai linfociti T-Helper (TH) lo
associa a due molecole della classe II (la catena alfa e
quella beta). Il complesso trimolecolare risultante prende
contatto con un recettore dei T-Helper.
Il
linfocita T che prende contatto con l’antigene presentato
dalle APC o va incontro ad uno stato di anergia, o,
viceversa, viene attivato.
Per la sua
attivazione è necessario un secondo segnale fornito dal
contatto tra alcune molecole presenti sulle cellule APC con
altre molecole presenti sul linfocita T (molecole ad
attività co-stimolatoria). La molecola CD 28 (espressa sul
T-linfocita) e la molecola B7-1 (espressa dalla cellula APC)
prevengono l’anergia linfocitaria e inducono la produzione
di IL-2 (interleuchina).
A questo
contatto consegue la produzione ed il rilascio di una serie
di citochine che concorrono ad ampliare e regolare l’entità
e la qualità della risposta immune.
I villi
intestinali e la membrana baso-laterale degli enterociti
possiedono il complesso MHC-II e trovandosi in una posizione
strategica (membrana baso-laterale) possono legare i
polipeptidi eventualmente assorbiti e presentarli alle
cellule del sistema immunitario (21).
Le stesse
cellule M vanno a ricoprire parte delle placche del Peyer e
sono il sito principale di assorbimento e di processazione
dell'antigene alimentare.
Le cellule
M assorbono, processano e presentano l'antigene ai linfociti
del GALT i quali vanno a produrre delle IgA secretorie
specifiche responsabili del fenomeno
dell'esclusione dell'antigene . Ciò è reso
possibile dalla peculiarità delle IgA secretorie che si
dimostrano capaci di legare l'antigene senza scatenare una
risposta immunologica infiammatoria, come normalmente
avviene, in seguito alla formazione del complesso
antigene-anticorpo. L'antigene legato dalle IgA secretorie
viene escluso, quindi, non è né assorbito né presentato ai
linfociti intestinali.
Stobel et
al. (2) affermano che l'esposizione all'antigene alimentare
si associa nel GALT alla stimolazione-attivazione di
numerosi T-linfociti con funzione regolatrice. Nel contesto
delle placche del Peyer ed a livello dei linfociti
intestinali si verifica un'attivazione dei linfociti
T-Helper e dei T-suppressor antigeni-specifici. Diretta
conseguenza di questa duplice attivazione sono i seguenti
fenomeni: l'attivazione antigene-specifica dei linfociti
T-Helper per la produzione delle IgA (da parte dei linfociti
B localizzati a livello della mucosa intestinale) e
l'attivazione dei linfociti T-suppressor per la produzione
di IgM-IgG. Il risultato netto è rappresentato dalla
tolleranza specifica nei confronti di
un dato antigene alimentare.
Appare,
quindi, centrale il ruolo delle IgA secretorie. Esse sono
dei dimeri tenuti assieme da un frammento proteico capace di
acquisire, durante il passaggio attraverso le cellule
epiteliali, la componente secretoria.
Il
complesso suddetto è resistente alla proteolisi intestinale.
In
definitiva, tanto che l'antigene alimentare sia escluso,
quanto che esso sia tollerato, il ruolo delle IgA secretorie
è centrale nel contesto dei meccanismi che sono coinvolti
nel determinismo della tolleranza ai trofoallergeni.
L'insieme
dei fenomeni precedentemente descritti non si realizzano
appieno durante il periodo neonatale poiché
esiste un ritardo ontogenetico
del sistema immune mucosale (3).
Subito
dopo la nascita la mucosa intestinale è bombardata da
microrganismi ed antigeni alimentari e si palesa la
necessità di dare adeguata protezione a questa area che è
100 volte maggiore rispetto alla superficie cutanea (22).
Ne
consegue un periodo
di vulnerabilità nei confronti delle infezioni durante il
quale il neonato deve trovare altri meccanismi protettivi
che integrano le deficienze maturazionali sopracitate.
Negli
allattati al seno, le IgA secretorie del latte materno sono
al contempo prima linea di difesa e fattore terapeutico
sostitutivo all’occorrenza.
Inoltre,
il latte materno sembra modulare attivamente lo sviluppo
immunitario del neonato in quanto, oltre a fattori
antinfettivi ed antinfiammatori, apporta una serie di
elementi ad attività immunomodulatoria.
Le
sostanze immunomodulatorie sono in grado di regolare lo
sviluppo di alcuni settori del sistema immunitario del
lattante. Le citochine, i nucleotidi, la lattoferrina, gli
anticorpi anti-idiotipo, la PGE2, la prolattina e varie
interleuchine sono in grado di condizionare l’evoluzione del
sistema immunitario del lattante che assume questo latte.
In chi non
è allattato al seno la responsabilità della protezione della
mucosa spetta ai meccanismi di difesa aspecifici ed alle IgG
di derivazione materna acquisite per via transplacentare e
localizzate a livello della lamina propria (22).
Il
50-60% delle IgG materne
si localizzano in questa sede.
L’epitelio
ghiandolare delle ghiandole esocrine associate all’intestino
è dotato di diverse proteine capaci di agire come fattori
antiinfettivi: il lisozima e la lattoferrina
sono due di queste proteine.
Al GALT
viene riconosciuta l’attività prevalente di difesa della
mucosa gastrointestinale nell’ambito di una attività di
difesa regionalizzata e dicotomica nel contesto della quale
il tratto aero-digestivo superiore si diversifica da quello
più distale relativamente alla ricollocazione e
funzionalità, nonché, alla differenziazione terminale dei
linfociti B (22).
Al GALT si
associa il MALT (Mucosa-associated Lynphoid Tissue)
cui vengono attribuite funzioni integrate tese a
conferire una protezione mucosale generalizzata all’intero
organismo.
I T-linfociti
attivati a livello del GALT
sono capaci di ricircolare:
dalla sede mucosale, attraverso i vasi linfatici
intestinali, passano nei linfonodi mesenterici e pervengono
alla circolazione ematica dopo essere stati in essa drenati
dalla linfa contenuta nel dotto toracico.
Possono
così pervenire alla ghiandola mammaria, alla mucosa
congiuntivale, a quella delle vie respiratorie ed alla
mucosa del tratto urogenitale.
Però,
prevalentemente rientrano in sede intestinale fissandosi ad
un recettore specifico (Homing Receptor) capace di
garantirgli l'ingresso nella lamina propria dove assumono le
caratteristiche di linfociti intraepiteliali dotati di
memoria immunologica (4).
In
definitiva, i T-linfociti dotati di memoria immunologica si
distribuiscono tanto a livello intestinale, quanto a livello
di altre mucose mantenendo la capacità
d’innescare una risposta immunologica
di tipo anamnestico anche a
distanza del sito di primaria
esposizione antigenica.
ADATTAMENTO
NEONATALE DELL'APPARATO
DIGERENTE
La
transizione dalla vita intra- a quella extrauterina è
segnata da tutta una serie di repentini mutamenti che
coinvolgono tanto la fonte energetica, quanto la condizione
metabolica che a tali cambiamenti consegue.
Durante la
vita intrauterina il feto, attraverso la circolazione
utero-placentare, viene perfuso con sangue che apporta
essenzialmente glucosio, aminoacidi ed acidi grassi liberi i
quali sono utilizzati sia a scopo energetico che plastico.
Dopo la
recisione del cordone ombelicale, l'apporto nutrizionale
cessa ed il neonato diviene dipendente dal suo canale
alimentare per l'approviggionamento dei nutrienti necessari
alla propria crescita.
Da questo
momento in poi il soggetto si verrà a trovare a vita in
una situazione nutrizionale paradossale:
cioè, la sua alimentazione sarà discontinua e dovrà
soddisfare delle esigenze nutrizionali ed energetiche che si
palesano con modalità di tipo continuativo.
Con
l'inizio dell'alimentazione lattea, il neonato deve rendere
funzionali i meccanismi digestivo-assorbitivi che sono in
suo possesso.
Il
substrato da metabolizzare è molto diverso ed impegna molto
di più rispetto al substrato reso disponibile attraverso la
circolazione utero-placentare. Infatti, con l'inizio
dell'alimentazione lattea, il substrato lipidico
metabolizzabile è rappresentato dai trigliceridi (acidi
grassi liberi durante la gravidanza) che vanno a costituire
il 98% circa dei lipidi totali tanto nel latte materno
quanto in quello adattato.
Il
principale carboidrato, nel latte materno, è il lattosio che
deve essere scisso e metabolizzato; le proteine devono
essere digerite ed assorbite sotto forma di aminoacidi
liberi o sotto forma di di- e tripeptidi (il sangue del
cordone dava una disponibilità di aminoacidi liberi nella
misura adeguata) e gli altri nutrienti seguono le loro tappe
digestivo-assorbitive all'interno del canale alimentare.
L'insieme
di tutti questi processi deve misurarsi con due fattori
essenziali che solo in parte conosciamo: le
insufficienze enzimatiche proprie di questa età
e le interazioni nutriente-nutriente
che forse sono d'importanza
maggiore
rispetto ai singoli processi digestivo-assorbitivi dei quali
possediamo una discreta conoscenza.
Saranno,
dunque, le interazioni endoluminali tra i nutrienti uno
degli argomenti di carattere nutrizionale da studiare in
modo approfondito in un futuro abbastanza vicino.
A fronte
delle necessità improrogabili della digestione e
dell'assorbimento dei nutrienti, esistono tutta una serie di
limitazioni proprie dell'età che vanno a condizionare la
qualità delle stesse attività digestivo-assorbitive.
Le
numerose carenze enzimatiche e secretive dei primi periodi
della vita non consentono ai processi digestivo-assorbitivi
di svolgersi ad un livello ottimale. Un esempio di tale
limitazione è fornito dalla "steatorrea
fisiologica", cioè l’incapacità a digerire adeguatamente
i lipidi che dal punto di vista macroscopico si caratterizza
per la presenza nelle feci, del lattante, di un
variabilissimo numero di piccole formazioni solide,
bianco-giallastre, praticamente sempre presenti nei
pannolini (sono i saponi formati dai lipidi e dal calcio non
assorbiti e tra di loro complessati).
Il corredo
enzimatico supplementare presente nel latte materno limita
gli effetti delle suddette insufficienze digestive proprie
dell'età del lattante.
La
semplice presenza dei nutrienti all'interno del lume
intestinale, assieme al GH, alla Tiroxina ed ai vari fattori
di crescita, fungono da stimolo adeguato per la crescita e
la maturazione delle funzioni intestinali.