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conoscete
questi esseri viventi?
l'agricoltore vive un rapporto di odio/amore con costoro che
cerca di contrastare e/o favorire spesso producendo guasti
ambientali non facilmente reversibili.
tematica
introduttiva.
Considerato che i pesticidi sono abbondantemente utilizzati
nella pratica dell’agricoltura ad "alto
input" e che da questo sistema produttivo
deriva la stragrande maggioranza delle derrate alimentari;
diventa obbligatorio occuparsi degli effetti tossicologici
determinati dalla loro presenza nei cibi sotto forma di
"residui".
Non mi
occuperò di tutti i pesticidi e della loro tossicità acuta;
ma vi voglio coinvolgere in una discussione molto produttiva
che solleverà il vostro livello d’attenzione. Non penso di
parlarvi di cose astratte e lontane da noi; bensì degli
infidi meccanismi che possono determinare seri ed
irreversibili danni all’organismo umano ed a tutte le specie
animali nell’ambito dell’ecosistema.
Tutti
noi incameriamo inconsapevolmente e quotidianamente una
miriade di sostanze tossiche attraverso il cibo che
mangiamo, l’acqua che beviamo e l’aria che siamo costretti a
respirare, le quali silenziosamente minano la nostra salute.
È un
bell’inizio non c’è che dire. Quando si inizia bene si è a
metà dell’opera anche se bisogna cominciare ad edificarla.
Cominciare
dalle Direttive Europee che regolano l’immissione sul
mercato e la commercializzazione delle "sostanze
attive" utilizzate per la protezione delle piante,
diventa obbligatorio; anche se ad esse si possono affiancare
delle normative operanti, ancora, a livello dei singoli
Stati membri.
Direttiva del
Consiglio 91/414/EEC. Si occupa
della concessione delle autorizzazioni per la
commercializzazione di questi prodotti chimici.
Molto
spesso, tanti prodotti regolarmente autorizzati si sono
rivelati estremamente nocivi e molti
cancerogeni
circolano liberamente in ambito mondiale seppur dichiarati
tali da diverse "Agenzie"; come vi riferirò in
seguito. Inoltre, molti pesticidi sono "disregolatori
endocrini" e di essi vi ho parlato nella
sezione specifica. Rimane, comunque, il dato inconfutabile
che molti pesticidi, seppur palesemente dannosi e
severamente pericolosi, continuano ad essere massicciamente
utilizzati a dispetto della loro dimostrata ed indubbia
tossicità.
Le
ragioni della politica non si sposano mai con le ragioni
della scienza.
L’intera
tematica presenta un grado estremo di complessità e non è
facile razionalizzare tutte le conoscenze acquisite.
Ulteriori complicazioni derivano da un mio "stato di
fondo di ignoranza costituzionale" che, umanamente,
non mi consente di sapere tutto e di più. Pazienza,
riconoscere che l’ignoranza è condizione fisiologica, serve
a farsi sopportare.
Passare
dalla spicciola filosofia alla cruda realtà è operazione
complicata; tuttavia, produrremo uno sforzo unitario che lo
finalizzeremo in maniera produttiva.
A
prescindere dalle ragioni che inducono l’agricoltore ad
utilizzare i pesticidi che l’industria agro-alimentare gli
offre; una volta applicati alle coltivazioni innescano una
serie vorticosa di eventi che solo in parte vi posso
riferire.
Solo gli
sprovveduti pensano che i pesticidi sono confinati all’area
di applicazione ed, eventualmente, al prodotto raccolto nel
campo trattato. Noi che vogliamo aprire gli occhi dobbiamo
cominciare a pensare che da questo luogo parte un fiume che
potrà percorrere lunghe distanze, muovendosi lungo un
percorso accidentato ed infido nella sua essenza. L’intera
"Biosfera" verrà
coinvolta nella sua complessità e tutti gli ecosistemi ne
risentiranno più o meno severamente. Chi vuole dubitare sarà
tra breve smentito da quello che progressivamente vi
riferirò.
Il
terreno è estremamente
ricco di forme viventi ed anche la materia abiotica ha tutta
una sua vitalità e reattività. Entrambi le componenti
condizionano il destino dei pesticidi (erbicidi ed
insetticidi) e partecipano attivamente al loro metabolismo.
Così diventa spontaneo intuire che i diversi e vitali
terreni hanno comportamenti diversificati in merito alla
possibile degradazione dei pesticidi. Come tutti i sistemi
dinamici, anche in esso si stabiliscono degli equilibri che
possono essere influenzati da diversi fattori incidenti in
una data fase temporale.
Gli
eventi atmosferici
(ventilazione, umidità, piovosità) condizionano, a
loro volta, alcune fasi del processo di degradazione dei
pesticidi.
L’operato dell’uomo
crea ulteriori difficoltà che compromettono la
capacità di comprensione poiché esso può inserire variabili
imponderabili che spesso hanno effetto aggravante.
L’intera
dinamica tossicologica
connessa col pesticida segue quest’iter: industria
agro-alimentare- pesticida- sistemi d’applicazioni-
condizioni meteorologiche al momento dello spargimento-
diffusione atmosferica- pianta- terreno- organismi
bersaglio- organismi "non bersaglio"- catena alimentare
terrestre- eventi atmosferici- acqua- percolazione- deriva-
trasporto nelle acque superficiali e nelle falde freatiche-
sedimenti dei corsi d’acqua- catena alimentare acquatica
"dolce" e catena alimentare terrestre- estuari- oceani-
catena acquatica marina- mensa dell’uomo- ritorno "con
gli interessi" dall’ecosistema- dall’ecosistema alla
biosfera.
Non è per
nulla sicuro che tutto ciò che vi ho sintetizzato sia
veramente tutto, anche se ritengo che sia abbastanza.
Industria
agro-alimentare. In altre parti
del libro vi ho detto che allo stato attuale esistono delle
grandi concentrazioni ed integrazioni a livello mondiale tra
l’industria agro-alimentare, la chimica dei pesticidi e le
biotecnologie. Le crescenti fusioni, acquisizioni e joint
ventures hanno concentrato nelle mani di pochi l’industria
dei semi, la chimica dei pesticidi e dei fertilizzanti e le
biotecnologie. Poiché il pesticida è "una
sostanza chimica attiva", l’industria della chimica
responsabile di questa sintesi spesso genera altre sostanze
tossiche ben più lesive dello stesso pesticida che spesso lo
contaminano o lo accompagnano nella formulazione destinata
alla commercializzazione. I "contaminanti dei
pesticidi" hanno spesso "un severo impatto
ambientale" che viene ignorato o sottovalutato. Lo
stesso sistema produttivo industriale può inquinare
attraverso i suoi prodotti di scarto riversati nell’ambiente
circostante.
Del
disastro di Seveso vi ho parlato altrove ed esso, assieme
agli altri disastri noti, è stato prodotto in una
fabbrica di erbicidi
(2,4,5 T). in questa fabbrica si produceva
l’erbicida che era sempre contaminato, come lo è adesso, con
diossina.
Ammesso, per
assurdo, che la chimica di un dato pesticida sia "pulita",
questa tappa tossicologica la saltiamo e ci proiettiamo
nella successiva.
Pesticida. Nel campo
agricolo sono essenzialmente utilizzati insetticidi ed
erbicidi. La nostra attenzione si concentrerà su poche
sostanze che danno la misura dell’ampiezza del problema
tossicologico.
Dopo
quanto detto in precedenza sorge spontanea la domanda:
è più
tossico il pesticida o altri componenti della formula
commercializzata?
Nel caso
del 2,4,5 T e del 2,4 D è sicuramente la diossina la
vera priorità; anche se altre preoccupazioni accrescono la
problematica connessa con la sua produzione ed applicazione.
Nel caso del Glyphosate
(Roundup Ready della
Monsanto) il vero problema risiede nel
surfactante utilizzato
nella formulazione commercializzata.
Ritornando alla sostanza chimica attiva, essa viene
impiegata per colpire organismi viventi che rappresentano il
"bersaglio" del
pesticida e che sarà ora l’insetto, nel caso degli
insetticidi, ed ora la "malerba", nel caso
degli erbicidi.
Purtroppo, la selettività del target non è quasi mai
possibile rispettarla e quasi sempre altre forme viventi (organismi
non bersaglio) subiscono gli effetti
deleteri ed incontrollabili della devastante azione
tossicologica insita nei pesticidi.
Nel caso
degli erbicidi, sappiamo
che la sostanza attiva va ad interferire con uno dei tanti
sistemi enzimatici biosinteticamente attivi nei tessuti
vegetali. Esistono in commercio erbicidi capaci di uccidere
qualsiasi pianta con la quale prendono contatto. Purtroppo,
seppur capaci di devastante ed immediata azione, gli effetti
nocivi si estendono e si ampliano nello spazio e nel tempo.
Si proiettano ben oltre l’area d’applicazione e coinvolgono,
molto spesso, l’intero ecosistema.
Infatti,
non sempre gli erbicidi sono prontamente e totalmente
degradati ed alcuni di essi possono persistere in forma
attiva per oltre 40 mesi. Questo è il caso
degli imidazolinoni molto usati nelle coltivazioni di soia,
mais e grano. L’atrazina
persiste nel terreno ed è molto usata nelle coltivazioni di
mais. Il suo uso porta a bloccare la fotosintesi. La loro
persistenza nel terreno porta a ridurre la fertilità delle
coltivazioni successive in quanto i residui possono
danneggiare l’apparato radicale delle piante e compromettono
la loro crescita fino ad ucciderle rendendo il campo
improduttivo per un periodo anche lungo di tempo. Se le
piante non crescono gli erbivori non trovano la
materia vitale dalla quale trarre nutrimento e di necessità
si sposteranno nelle aree coltivate sulle quali possono
esercitare delle pressioni imponenti che a loro volta
innescano un circolo vizioso che porta ad amplificare l’uso
degli insetticidi con tutti i prevedibili insuccessi.
Ne deriva un "sovraccarico
chimico"
latore di un’accresciuta tossicità ambientale ed alimentare.
La
problematica della persistenza
dei pesticidi risente delle condizioni atmosferiche e delle
caratteristiche del suolo. Il grado d’umidità, l’idratazione
del terreno e la temperatura condizionano l’entità della
degradazione a livello del terreno. La
degradazione microbica e
l’idrolisi chimica
procedono speditamente se il terreno è caldo ed umido.
Viceversa, nei terreni freddi la degradazione è notevolmente
rallentata come lo è nei terreni molto asciutti. Fattori
molto importanti sono, anche, il pH del terreno e la
materia organica in esso collocata.
In questo
breve discorso abbiamo coinvolto i produttori primari
(le piante) di una "catena alimentare", i
consumatori primari (gli erbivori) ed i
consumatori secondari (carnivori che si
cibano degli erbivori). Questi predatori possono trovare
poche prede (insetti in genere) e/o ingoiare prede
resistenti agli insetticidi che apportano il loro "carico
tossicologico" minando seriamente le loro
possibilità di sopravvivenza e quella degli altri esponenti
della catena alimentare che da quest’ultimi traggono
nutrimento e che sono caratteristici di un determinato
ecosistema. Mi preme ricordarvi che:
qualsiasi danno inferto ad un elemento vitale di un
ecosistema si rifletterà invariabilmente sull’intera catena
alimentare e sull’intero ecosistema.
Sistemi d’applicazioni.
Spesso i pesticidi
vengono applicate alle piante utilizzando mezzi che
consentono il relativo spargimento per via aeree. La
semplicità d’uso decreta anche il successo del pesticida. Lo
spargimento nell’aria può innescare i problemi creati dal
DDT dei quali vi parlerò tra breve.
Condizioni meteorologiche al momento
dello spargimento.
È indubbio che le condizioni atmosferiche vigenti all’atto
dello spargimento consentono anche la sua dispersione per
via aerea od attraverso il terreno se durante o subito dopo
l’applicazione diventano operanti vento e pioggia. È
naturale anche l’evaporazione dalla pianta nelle condizioni
climatiche idonee.
Diffusione atmosferica.
Quanto vi riferirò sul DDT è abbastanza derimente; tuttavia,
vi devo ricordare che non applicare pesticidi non significa
automaticamente esserne privi poiché le condizioni
meteorologiche e la collocazione topografica delle
coltivazioni a valle delle sedi di trattamento può
consentire l’inquinamento di quest’ultime.
Pianta.
Se nel caso degli erbicidi le malerbe vengono uccise,
nel caso degli insetticidi le piante ne sono
coinvolte ma non uccise. Una volta applicata una sostanza
attiva ad una pianta si realizza il suo assorbimento,
facilitato da altri componenti della formulazione (vedi
surfactante). Attraverso le foglie, le radici ed i
frutti le piante assumono i pesticidi e li
distribuiscono ai tessuti vegetali attraverso i sistemi di
comunicazioni quali lo xilema ed il floema.
Essi evaporano dalla pianta in direzione
dell’ambiente. La stessa pianta può iniziare e
completare la degradazione, li può trattenere
(per la consegna ai consumatori sotto forma di residui)
o li può metabolizzare in altre sostanze che saranno
ulteriormente degradate da altri componenti dell’ecosistema.
Così, le sostanze attive sono metabolizzate in tappe
successive a diversi livelli fino a produrre, spesso,
"residui non estraibili".
La
completa via degradativa è conosciuta solo per pochi
pesticidi.
Comunque,
la quantità e la qualità dei metaboliti sono sotto
l’influenza dell’uptake, della distribuzione e del tempo di
persistenza della sostanza attiva in seno alla pianta.
Considerato che la pianta può assumere il pesticida
attraverso le foglie, i frutti e le radici; non diventa
sorprendente comprendere che attraverso l’apparato
radicale la pianta può assumere metaboliti dei
pesticidi prodotti dall’azione degradativa microbica o
semplicemente perché resi disponibili dall’ambiente abiotico
ai quali possono pervenire attraverso diverse vie.
La
diversità strutturale e metabolica delle foglie e delle
radici incidono sulla distribuzione e sul metabolismo dei
pesticidi. Le radici hanno una struttura interna,
endodermis, che è sede di un meccanismo di trasporto
attivo che porta ad assorbire le sostanze dal terreno prima
di inviarle in direzione dei germogli. Lo xilema è
sede di un trasporto passivo che dalle radici si proietta in
direzione delle parti apicali della pianta. Il floema
trasporta attivamente le sostanze in direzioni dei centri
metabolicamente attivi (germogli e radici). Ne
deriva che: la distribuzione delle sostanze attive
all’interno della pianta non è uniforme. Foglie
e radici sono "centri di degradazione"
delle sostanze attive e la capacità degradativa è
diversificata in relazione ad età e parti della pianta.
I
metaboliti delle sostanze attive vengono prodotti in diversi
stadi.
Idrolisi,
ossidazioni, riduzioni, ricombinazioni enzimatiche e
fotolisi producono metaboliti liberi. Questi
prodotti primari sono spesso identici a quelli prodotti dal
metabolismo delle stesse sostanze che si realizza
all’interno dei tessuti animali. Nella seconda tappa i
metaboliti primari (exocon) vengono coniugati
con un prodotto della pianta (endocon) che in genere
è il glucosio od, in diversi casi, il glutatione o gli
aminoacidi. I relativi coniugati sono più polari e si
dissolvono più facilmente nell’acqua. L’exocon può legarsi
tenacemente (con legame covalente) alle componenti
insolubili della pianta e divenire (residuo non
estraibile). È residuo non estraibile quel tipo di
residuo che non può essere estratto dalle tecniche
comunemente impiegate per separare le componenti delle
piante senza danneggiare le strutture delle stesse.
Se la
degradazione da parte della pianta si spinge fino al punto
da produrre delle sostanze semplici (anidride carbonica,
acetato, formato), le stesse possono entrare nella struttura
di alcuni componenti naturali della pianta. In linea di
massima, il metabolismo a livello della pianta produce
coniugati idrosolubili o residui non estraibili che
rimangono nella pianta.
Diversi pesticidi dimostrano interferenza metabolica
reciproca.
Gli
insetticidi organofosfati ed i carbammati inibiscono il
metabolismo degli erbicidi a base di feniluree.
Come
potete notare, il percorso si complica, si articola, si
embrica ed il mistero si infittisce fino a renderci
inconsapevoli ed ignoranti del destino finale di quasi tutti
i pesticidi.
Non so se
possiamo consolarci con il fatto che le normative vigenti
consentono di non caratterizzare i residui se, nel caso di
una coltivazione trattata seguendo la pratica della buona
agricoltura, la concentrazione del pesticida è inferiore a
0.01 mg/Kg (se il cibo è destinato all’uomo)
od a 0.05 mg/Kg nel caso in cui il cibo sia
destinato all’alimentazione degli animali.
Dalla
pianta alla pianta
Quello
che viene applicato alle parti aeree della pianta (fusti e
foglie) non rimane solo sulla pianta. Alcuni diserbanti
applicati alle parti verdi delle malerbe vengono trasferiti
nelle radici e nel resto della pianta entro 48 ore
dall’applicazione. Se l’erbicida non ha attività residuale
ed è metabolizzabile dai microrganismi presenti
nell’ambiente, non sono prevedibili effetti eccessivamente
negativi sugli esseri viventi di quel dato ecosistema e da
esso, verosimilmente, non si attua trasferimento od accumulo
in direzione di altri ecosistemi. Rimane, comunque, da
verificare la sua reale indifferenza nei confronti di tutte
le componenti dell’ecosistema in causa.
Gran
parte di questo pesticida, Killer della malerba, rimane nel
contesto del tessuto vegetale che, colpito a morte
dall’erbicida applicato dall’uomo, lo conserva e ne
condivide l’ulteriore destino. Esso permane, quindi,
all’interno della pianta uccisa fino a quando la stessa non
subisce la fase involutiva o viene sottoposta a
decomposizione. Solo allora si allontana dall’ecosistema
trasformandosi in metaboliti innocui. Viceversa, dalla parte
opposta si collocano gli erbicidi inorganici e gli
organometallici capaci di persistere a lungo nel suolo. Ad
essi vanno aggiunti alcuni composti organici dotati di
persistenza o nel caso in cui siano poco persistenti la
nostra attenzione deve essere orientata a considerare la
reale persistenza dei contaminanti veicolati dallo stesso
erbicida, il cui impatto ambientale sovrasta enormemente la
intrinseca o potenziale lesività dell’erbicida considerato.
Dalla
pianta al frutto
Alcuni
insetticidi fosforganici, capaci d’agire per contatto ed
ingestione, sono dotati di una spiccata citotropicità e di
una lieve sistemia; cioè sono in grado di ridistribuirsi
nella vegetazione trattata. In pratica la pianta trattata
assieme ai suoi frutti riesce a liberarsi dei parassiti
eventualmente iniettati nel frutto in quanto lo stesso
insetticida polivalente riesce a penetrare e diffondersi
all'interno dell'intero frutto. In tal caso entrano in
giuoco altri fattori che non si limitano al semplice
contatto dell’insetticida con l’insetto, ma coinvolgono il
tessuto vegetale che diventa vettore del pesticida
attraverso le sue vie di comunicazione interna. L’eventuale
persistenza del pesticida nel frutto che mangiamo dipende da
un lato dalla quantità sparsa alla sua superficie, e
dall’altro dalla quantità trasportata nel frutto dai sistemi
di comunicazione della stessa pianta. Inoltre, la
persistenza di residui dipenderà sempre e comunque dalle
caratteristiche del pesticida utilizzato.
Dalla
pianta al terreno
Durante
il trattamento antiparassitario molto spesso il prodotto
viene sparso con mezzi che lo diffondono nell’aria. Durante
l’applicazione una certa quota di esso raggiunge
direttamente il terreno. La stessa pianta contrae intimi
rapporti col terreno e le sue radici instaurano una serie
variabile di rapporti con altri esseri viventi e con
l’ambiente abiotico nel quale è collocata. In altre parole,
la pianta, per mezzo delle sue radici, trasmette al terreno
i pesticidi ad essa pervenuti i quali arrivano anche
attraverso la cadute delle foglie e dei frutti nonché per
opera degli eventi atmosferici che staccano le molecole
eventualmente presenti sulla superficie delle foglie.
Organismi bersaglio.
Gli organismi bersaglio dei pesticidi sono rappresentati
dagli insetti nocivi che col loro operato
devastano le coltivazioni sulle quali esercitano pressioni
variabili ed imprevedibili. Contro di loro il successo è
un’utopia poiché velocemente sviluppano sistemi di
resistenza che gli consentono la sopravvivenza. Spesso si
riesce solo a limitare i danni pagando un prezzo eccessivo
in termini di ecotossicità e tossicologia alimentare.
Organismi "non bersaglio".
Sono rappresentati
da tutte quelle specie viventi (pesci e uccelli ad esempio)
che loro malgrado devono sopportare una pressione
tossicologia diretta verso altri e che spesso li conduce
alla morte attraverso il danno all’ecosistema.
Anche gli insetti utili sono danneggiati più o
meno severamente.
Eventi atmosferici.
Della loro influenza
si trova traccia in questo capitolo e vanno sempre
considerati tanto nel momento dell’applicazione quanto nelle
successive tappe di degradazione.
Acqua.Essa è praticamente
sempre protagonista e può agire provenendo dal cielo,
scorrendo nel terreno e penetrando in esso, partecipando e
condizionando la dinamica distributiva e degradativa dei
vari pesticidi.
Percolazione.
Aspetto di particolare rilevanza
nella dinamica distributiva del pesticida che concorre a
conferire allo stesso un elevato grado di mobilità spaziale.
Deriva. Il movimento
dell’erbicida a distanza dal sito di spargimento si può
verificare durante l’applicazione, se le condizioni
atmosferiche lo consentono, od in seguito ad essa a causa
dell’evaporazione dalla pianta alla quale è stato applicato.
Gli erbicidi che mimano le "auxine" sono
particolarmente infidi ed essi sono ampiamente usati nelle
coltivazioni di mais, soia e grano. Lo
spostamento può portare la molecola anche a 2 Km di
distanza dal punto d’applicazione. Il famoso 2,4 D
(quello con la diossina) ed il Glyphosate
(inibisce la sintesi degli aminoacidi aromatici) migrano con
una certa facilità.
trasporto nelle acque superficiali, nelle falde freatiche e
deposito nei sedimenti saranno gli argomenti di prossima
attenzione.
Fine della
prima puntata |